‘Ucciditi, Rina. Fallo tu al posto mio, io non voglio andare in galera…’
Il caritatevole suggerimento proviene da Ulderico Pierangeli, detto Rico, marito di Rina Faccio, poi nota al mondo come Sibilla Aleramo. L’anno è il 1896. La location è Porto Civitanova (Marche). Motivo della richiesta: crisi di gelosia parossistica, per adulterio immaginario commesso dalla consorte ventenne. Costei, fiaccata da un mese di notti insonni, pestaggi, calci, sputi e ingiurie, pensò che la proposta fosse sensata e inghiottì quel che nell’Ottocento gli aspiranti suicidi ( di tendenze romantiche) erano soliti inghiottire: il contenuto di una boccetta di laudano. Semipiena. Il marito, rientrato precocemente in casa, si pentì. Il padre di lei, dopotutto, era il suo principale. Chiamò il medico. La Provvidenza provvide, la giovane sposa sopravvisse.
Se in seguito Rina Faccio non fosse riuscita a segare le sbarre d’un matrimonio depauperante e corrosivo, diventando Sibilla Aleramo e conquistando l’Italia, nessuno di questo mancato femminicidio marchigiano avrebbe mai saputo niente.
Ma lei pubblicò un romanzo, subito famosissimo: ‘Una donna’. E così tutti seppero tutto.
L’evasione, notiamolo, ebbe costo altissimo. Il suo bambino – sette anni, quando lei lasciò il tetto coniugale – rimase per sempre ostaggio del padre. Un matrimonio malriuscito (allora) era condanna a vita per la donna. Condanna a morte invece risulta oggi, sempre più spesso. Progresso? Il giudizio a chi legge. Comunque coi figli allora andava peggio: proprietà indiscussa del padre, diceva la Legge. Rina il suo non riuscì più a riaverlo. A scriverlo oggi sembra voler fare del melò, ma lei – e altre come lei – lo visse. E fu dolore.
La storia di Aleramo è forte e singolare. Ma fino a quando rimase nella crisalide della prima giovinezza e si chiamò Rina Faccio, è simile a quella di tante altre ragazze prese nella stessa rete. Si parte dalla libertà, dai primi trionfi, dal credersi invincibili, regine assolute del proprio corpo, della propria mente e del futuro.
Hai quindici anni. Sei bella. Tuo papà è uno importante. È l’Ingegner Faccio. L’hanno chiamato da Milano a Porto Civitanova Marche per fondare e dirigere una grande fabbrica. Duecento operai. Una vetreria, produce bottiglie, damigiane, orci e orcioli di tutti i pesi e misure. Tu sei la figlia prediletta, la primogenita, luminosa vitale intelligente. Siete entrambi molto in anticipo sui vostri tempi, lui t’incoraggia a essere, a sapere. Ti ha presa a lavorare con sé, fatto rivoluzionario per l’epoca. E ti ha spinta a tagliarti le lunghe chiome, così che adesso i capelli li hai corti e ricciuti, quasi come un maschio, e nel paese ti guardano con sospetto. Ma a te non importa, ti diverti ingenuamente a provocare. Vai spesso a nuotare da sola, non hai paura, ti spingi al largo, sei forte, imbattibile, guerreggi coi cavalloni, con la vita.
E tua madre? T’interroghi poco su di lei. Una donna silenziosa, dolce nei modi, che conserva una certa contrita bellezza. Le vuoi bene, certo. Percepisci anche, distrattamente, un certo suo intimorito disagio nel misurarsi, dopo il trasferimento, coi luoghi e i costumi sconosciuti. E con un marito imponente, perturbante, tenero a volte, ma più spesso duro, distratto. Un marito che sembra vederla e amarla sempre meno. Tua madre: imprecisa figura di secondo piano.
Ma ecco che questa donna marginale, una certa mattina, si getta all’improvviso dal terrazzo di casa che dà sulla piazza. Vuole morire, e lo vuole gridare a tutti che muore. I fili del telegrafo attutiscono la caduta, sopravvive. Gesto scandaloso, prepotente, apparentemente inesplicabile. Negli anni a venire echeggerà all’infinito nella memoria e nei terrori di Rina. Quel femminile sfocato, la ‘figurante’ nella vita dei Faccio ha reclamato all’improvviso, sfacciatamente, non un primo ma un primissimo piano. Un close up da brivido. Chi sei, madre mia? Mia fonte, mia prima remota parola, mio specchio?
Nello sceneggiato ‘Una donna’ – ‘miniserie,’ si chiamerebbe oggi, sei puntate del ‘76, regìa Gianni Bongioanni, oggi su Rai Play, che segnò il mio debutto come sceneggiatrice e tenne a battesimo l’esordiente De Sio – c’è una battuta che ben sintetizza il futuro tribolato di Rina. In quel momento ancora fanciulla, arrogante e sprovveduta.
La misi in bocca a una vecchia cucitrice. Veniva in casa Faccio per rammendare la biancheria, come usava allora. La madre, che cuce vicino a lei, si è appena lamentata per le rotte audaci, sbarazzine, su cui il marito indirizza la primogenita. ‘Ha voluto tirarla su come un maschio! Tutta cervello…’.
‘Ci penserà il marito, a insegnarle la parte di donna’, profetizza la vecchietta. ‘Saggezza’ popolare, nemica giurata d’ogni nuovo orizzonte.
In effetti, il marito arrivò. Con annesso tutoraggio circa ‘la parte di donna’. Lezioni d’asfissìa, che per poco non ebbero esito letale.
Arrivò dapprima nei panni inoffensivi di un deferente collega. Nell’azienda diretta dal padre. D’aspetto gradevole, ci informa lei nel suo romanzo, ma ‘sprovvisto di cultura e con opinioni abbastanza grette e convenzionali’. Non il top dell’appeal, insomma. Ma a Rina quindicenne, stravolta dal tentativo di suicidio della madre, elargisce paroline affettuose, accompagnate da qualche carezza consolatoria. Stile good brother, dieci anni più di lei e intenerito. Ha cura d’informarla, premurosamente, che da mesi il padre ha una giovane amante. Nascosta. E nemmeno troppo bene, dal momento che tutti in paese lo sanno. Un’ex operaia che lui mantiene di tutto punto, in una casa fuori mano, con annessa parentela bisognosa.
Bingo! Megashock per Rina. Accortamente pianificato dal carezzevole collega. La ragazza è tramortita. Ha perso la madre, ormai mentalmente compromessa (finirà in manicomio). E ora il padre. Lordato e scaraventato giù a forza dal suo alto e irradiante piedistallo. Del resto, diciamolo, sono mesi e mesi che l’Ingegner Faccio sembra evitare figlia e famiglia. Rina si sente orfana. Unica presenza sicura: quel collega ‘modesto’. E persistente. Il contabile sa contare. Le carezze di sostegno si fanno più fitte. Un giorno che il padre è assente, la rovescia su una scrivania, la denuda, la stupra. Riuscirà poi a convincerla che è successo ‘perché si amano’. A fidanzarsi con lei, a sposarla. Per l’oscuro impiegato, un passo epocale. Nessuno lo schioderà più da quell’azienda. In un futuro ancora lontano, quando l’Ingegnere se ne andrà, sarà lui a prenderne il posto. E Rina? Passo altettanto epocale. ‘Per la scesa’ come dicono a Roma. La rovina, la discesa nell’avello, insomma. Come s’è visto, con quella boccetta di laudano c’è mancato poco.
Colpisce, in questa storia di femminicidio mancato, la vistosa sproporzione tra Rina Faccio in Pierangeli – era questo il cognome del marito – e Sibilla Aleramo. Immaginiamo che Rina ce l’avesse fatta, a sopravvivere. Ma non a vivere. Che fosse rimasta a Porto Civitanova, malmaritata a un uomo che fisicamente, mentalmente e moralmente la disgustava. Magari avrebbe fatto un altro figlio. Magari lo sposo, col tempo, avrebbe smesso di chiuderla a chiave in casa, quando andava in ufficio. Magari avrebbe smesso di numerarle i fogli della carta da lettere. Magari l’avrebbe perfino spinta a ‘pubblicare’ su qualche rivistucola locale – ci scriveva anche lui! – gradevoli cronachette mondane. Una vita soffocata, di piccola provinciale col ‘vezzo’ della scrittura. Quanti anni avrebbe resistito, prima di seguire la madre in manicomio? Certe nature ricche, nate per l’espressione e corredate di grande pemeabilità emotiva, se pesantemente compresse è fatale che esplodano. O implodano. Il risultato è lo stesso: autoannientamento.
Ma Rina Faccio ce la fece. Recise ogni fibra del cordone ombelicale che l’aggiogava al passato. Cambiò nome, si fece chiamare Sibilla Aleramo. Pubblicò libri, ebbe infiniti amori, forte impegno civile, rinomanza. Si attirò critiche, odi, ostracismi. Fu grande, esagitata, espansa. Quasi bulimica nell’amare, nel soffrire, nel dire. Rispetto alla piccola vita di topo oscuro che lasciava, fu una tigre. Per chiunque sia donna, il suo è un lascito vigoroso, rincuorante.
Non tutte oggi ce la fanno. Non per vigliaccheria, o mancati meriti, ma per bonaria, credula sottovalutazione dell’avversario.
Non ce l’ha fatta Giulia Cecchettin, 22 anni, uccisa nel novembre del 2023 con 75 coltellate (75! …taglia il respiro, a scriverlo). Dall’ex fidanzato.
E non ce l’ha fatta Elisa Claps morta a sedici anni per mano di un ragazzo ‘strano’, Danilo Restivo, e con l’agghiacciante copertura di Santa Madre Chiesa. Nel ‘93, a Potenza. Si ricorderà difatti che il suo corpo mummificato – accoltellato tredici volte, dichiarò l’autopsia – fu ritrovato solo 17 anni dopo, e solo casualmente, nel sottotetto della Santissima Trinità, chiesa centralissima della sua città.
Come non ce l’ha fatta Marta Russo, studentessa, ventidue anni, stroncata da un insensato colpo di pistola in un vialetto della Sapienza a Roma. Maggio ’97. Molto probabilmente per il gioco assassino e futile di due giovani assistenti presso la Facoltà di Giurisprudenza.
Giulia Cecchettin era decisamente ‘una creativa’. Disegno. Non vedeva l’ora di laurearsi in ingegneria biomedica per darsi tutta a quella scuola di Comics, che aveva cominciato a frequentare da qualche mese. Sogno concretissimo, quasi festoso, annientato con lei in un lago di sangue.
Elisa Claps invece aveva temperamento da soccorritrice. ‘Voleva diventare medico e partire per l’Africa con Medici senza Frontiere’, raccontano i famigliari. Una netta inclinazione verso i diseredati della terra. C’è chi ci nasce, con questa inclinazione. Lei c’è morta. Danilo Restivo in città lo evitavano. ‘Non gli dare corda’ – le dicevano – ‘E uno strano’. Lei, col suo naturale penchant verso gli emarginati, rispondeva ‘Ma no, esagerate, non è cattivo. E’ solo che non ha amici’. Fu proprio la sua volontà buona a tradirla. Aveva sedici anni quando entrò nella Chiesa della Santissima Trinità di Potenza per incontrare il ‘non cattivo’ Danilo Restivo. Il suo assassino. Viva, non ne uscirà più.
Marta Russo studiava legge, voleva fare l’avvocato, o forse il magistrato. Era un’ottima schermitrice, già promessa italiana nel fioretto. Scriveva nel suo diario ‘Dipende solo da noi essere felici nonostante accadano cose non belle. Penso che come non posso decidere sulle cose che il destino mi ha riservato, posso però decidere come prenderle e come viverle. Niente e nessuno può togliermi la speranza, l’ottimismo e la gioia.’
Donne rubate. Gli assassini non le sottraggono solo alla famiglia, agli amici. Che è già agghiacciante. E’ a tutti noi che le sottraggono. Le uccidono perché gravide di sogni generosi. E’ un delitto contro la società intera, che tante di loro progettavano – concretamente – di fecondare. Di illuminare. E questo lo rende mostruoso.
De Vigny scrisse, nel suo ‘Diario di un poeta’, che dopo aver ben riflettuto sul destino delle donne in tutti i tempi e tutti i paesi, aveva finito per convincersi che ogni uomo dovrebbe dire a ogni donna non ‘Buongiorno!’, ma ‘Perdona!’. Perché sono i più forti che hanno fatto la legge.
Alfred De Vigny: scrittore, drammaturgo, militare e poeta francese.
Ma soprattutto: Uomo. Usavano ancora, a quei tempi. Chapeau.




Per me era stato solo un nome, la Aleramo. Ora vedo una donna coraggiosa e, nella sua disgrazia, capace di non perdersi.
Bellissimo articolo. Ne sono stato rapito.
La ringrazio molto.
A quanto siamo arrivati quest’anno? Donne tradite nel sangue da chi diceva di amarle. Una donna ogni tre giorni?
Spero che tante Lucia, Maria, Carla possano prendere il coraggio di smettere di essere Rina e divenire Sibilla.
Grazie ancora
Ho avuto modo di riflettere e di parlare della violenza sulle donne proprio in questi giorni, perché il padre di Giulia Cecchettin è venuto a Champoluc – dove mi trovo in vacanza – per presentare il suo libro e il suo progetto contro la violenza e i femminicidi. Raccontando la sua terribile esperienza, Gino Cecchettin ha detto che sentiva il bisogno di fare qualcosa e io sono d’accordo con lui e con Carlotta Wittig…Facciamo in modo che non succeda più!
Come non essere d’accordo con le idee di Carlotta e non restare ammirati per il modo con cui le comunica . L’argomento femminicidio è d’attualità e mi ha da sempre lasciato perplesso. Se una volta le unioni erano, si fa per dire, indissolubili con tantissimi vantaggi per la parte maschile ma anche tantissimi svantaggi per entrambe le parti, le separazioni oggi sono agevolate da leggi e cultura. Allora perché si tira fuori il coltello quando basterebbe un saluto . Non me lo spiego proprio. Ancora peggiori degli esempi citati da Carlotta trovo che siano i delitti in cui si uccide la madre dei propri figli con conseguenze per chi resta, che non hanno bisogno dello psicologo.Come non riconoscere che ci sono a volte pessimi, insopportabili individui della cui natura ci si può accorgere dopo avergli dato la fiducia e magari anche il tuo amore. In questi casi invece del saluto propongo il vaffa.
Il commento era una bozza ma in accorgo che non è modificabile e neppure eliminabile mah