Ue, veto della sinistra a Fitto: le vere ragioni

mercoledì, 11 Settembre 2024
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Ue, sta per scoppiare una “guerra” sulla nomina di Raffaele Fitto nella squadra di Ursula von der Leyen. Socialisti, liberali e verdi minacciano il voto contrario nella ratifica parlamentare della nuova Commissione se il rappresentante italiano dovesse ricoprire un ruolo di peso e ottenere una vicepresidenza esecutiva.

Il veto a Fitto è stato espresso (pur senza nominarlo direttamente) dalla presidente del gruppo Pse a Strasburgo, Iratxe Garcìa Perez: «Portare proattivamente l’Ecr nel cuore della Commissione sarebbe la ricetta per perdere il sostegno dei progressisti». In termini analoghi si era espressa nei giorni scorsi la presidente degli europarlamentari liberali. Che farà Ursula? Onorerà l’impegno preso con Giorgia Meloni oppure chinerà la testa davanti all’ultimatum di una parte della sua maggioranza? Per il momento la presidente prende tempo: l’annuncio della squadra di Bruxelles è rimandato di una settimana, nella speranza che i colloqui e le trattative dei prossimi giorni portino a una soluzione di compromesso soddisfacente per tutti. Ma non sarà facile.

Certo è che una eventuale bocciatura del Parlamento di Strasburgo provocherebbe una crisi senza precedenti all’interno dell’Unione europea. Nello stesso tempo, la von der Leyen non può ammettere, pena un pesante ridimensionamento politico, pressioni e ricatti da parte di chicchessia e avrà quindi la necessità di mettere subito le cose in chiaro. Anche perché il veto contro Fitto di socialisti, liberali e verdi non sarebbe comunque privo di conseguenze, dal momento che inaugurerebbe una stagione di conflittualità e tensioni che non gioverebbe di certo al lavoro di Ursula e della sua squadra. Alla prevedibile voglia di rivalsa dell’Ecr (il gruppo di Meloni e Fitto) si aggiungerebbe infatti l’opera di interdizione dei popolari europei, che sono decisi a non dare troppo spazio agli alleati-rivali del Pse. Il presidente del Ppe, Manfred Weber, si è detto amico di Fitto, auspicando anche che l’Europa rispetti i «risultati ottenuti dal governo italiano su molte questioni europee».

In ballo ci sono questioni importanti come l’immigrazione e la transizione verde. Una parte consistente dei popolari guarda a destra (con l’eccezione dei polacchi di Donald Tusk, ma per ragioni di politica interna) nel timore delle pericolose derive che si innescherebbero con istituzioni europee sbilanciate a sinistra.

In attesa di vedere come andrà a finire, c’è da chiedersi le vere ragioni che hanno spinto i rappresentanti di socialisti e liberali a un atteggiamento tanto ostile verso Fitto e il governo italiano. Al di là della smania di ottenere il maggior numero di deleghe e portafogli importanti, questa “guerra” minacciata a Bruxelles riflette il momento di crisi che stanno vivendo oggi sia Emmanuel Macron sia Olaf Scholz, i quali (è bene ricordarlo) sono, rispettivamente, le figure di riferimento dei liberali e dei socialisti in Europa. È chiaro a tutti, infatti, che i rappresentanti di Renew e del Pse parlano per conto, gli uni, del presidente francese e, gli altri, del cancelliere tedesco.

Se Macron ha visto fallire il suo progetto di dividere la sinistra del suo Paese e tornare centrale, al punto da affidare la guida del nuovo governo (di minoranza) a un vecchio ed esperto uomo politico gollista (Michel Barnier), se in Francia accade tutto questo, non migliore è la situazione di Scholz in Germania. Anzi, diciamo che la situazione del tedesco è anche peggiore, perché il cancelliere rischia la poltrona, insieme ai membri del suo governo, se anche nelle elezioni del 22 settembre in Brandeburgo (il land di Berlino), si dovesse registrare un’avanzata di AfD e una contemporanea caduta dell’Spd, come accaduto nei giorni scorsi in Turingia e Sassonia.

Sia Macron sia Scholz considerano al dunque vitale contenere la destra. E in tal senso giudicano pericoloso che un esponente di FdI come Raffaele Fitto raggiunga una posizione di vertice in Europa.

Alle questioni strettamente politiche si aggiunge poi la tendenza, dettata da criteri di basso egoismo nazionale, a limitare in vario modo l’Italia (soprattutto se guidata da Giorgia Meloni) nei rapporti di forza intergovernativi.

In questa situazione si inserisce l’imbarazzante posizione del Pd, diviso tra la necessità, da una parte, di favorire gli interessi italiani (e quindi di votare in favore di Fitto) e la preoccupazione, dall’altra, di non dividere il fronte dei socialisti europei. Elly Schlein non si sbilancia. La segretaria dem ha detto di aver «sempre sostenuto un portafoglio di peso per l’Italia», ma ha poi affermato che «von der Leyen dovrà tenere conto della maggioranza che l’ha votata in Parlamento». Non è chiaro che cosa abbia voluto intendere. Ma Elly ci ha abituati alle dichiarazioni sibilline (o, se vogliamo, oscure).

Può darsi che, alla fine, il Pd ricordi il bel gesto compiuto dagli europarlamentari di FdI nel 2019, quando votarono a favore di Paolo Gentiloni commissario europeo agli Affari economici. I rappresentanti dem potrebbero oggi ricambiare quel gesto cavalleresco scrivendo una bella pagina di coesione politica nazionale. Staremo a vedere.

 

 

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