Lindner, il falco tedesco con il 3% dei voti: non lo rimpiangeremo

giovedì, 7 Novembre 2024
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La politica tedesca è sull’orlo di una crisi di nervi. Il cancelliere Olaf Scholz ha silurato  il ministro delle Finanze Christian Lindner, che è anche leader dei liberali. Si apre la prospettiva delle elezioni anticipate nella prossima primavera.  

Al di là di come andrà finire, questa crisi nel cuore d’Europa è lo specchio di una più generale crisi del modello Ue, soprattutto per quanto riguarda il controllo e la gestione del debito sovrano dei Paesi europei. Lindner appartiene alla categoria dei “falchi” in materia di bilancio ed è possibile che il suo allontanamento dalla compagine del governo sia il primo segnale di un processo di cambiamento della politica economica tedesca, con possibili ripercussioni anche sul resto della Ue.

A colpire è sicuramente il fatto che il licenziamento del ministro delle Finanze germanico avvenga subito dopo l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Non che la vittoria del candidato repubblicano sia da considerare una causa diretta della crisi di governo a Berlino, ma è lecito pensare che l’abbia in qualche modo accelerata. E questo per il semplice motivo che la malferma coalizione “semaforo” al governo in Germania (socialdemocratici, verdi e liberali) non potrà reggere l’urto della bufera nei rapporti Europa-Usa che si preannuncia con la rielezione del tycoon repubblicano. A Berlino servirà un esecutivo dotato della forza e dell’autorevolezza necessarie a ridefinire (insieme con gli alleati europei) i rapporti con lo scomodo alleato Usa. E solo un governo dotato di una forte legittimazione popolare potrà affrontare questioni spinose come i dazi antieuropei minacciati da Trump, o come l’inevitabile aumento delle spese militari per il “disimpegno” americano, o come infine la delicata gestione di un cessate il fuoco in Ucraina, eventualità che potrebbe verificarsi grazie all’impegno del nuovo presidente Usa per far cessare, come ha promesso, la guerra alle porte d’Europa.

Certo è il fatto che il rigore estremo sul bilancio federale, l’ossessione del debito, l’opposizione a ogni politica economica espansiva, tutti princìpi incarnati  proprio da Christian Lindner, stanno soffocando un’ economia, come quella germanica, entrata per il secondo anno consecutivo  in recessione.

Ma il problema non è solo economico quanto politico, nel senso che forse, nel sistema di governo tedesco, c’è qualcosa da rivedere. Vale infatti la pena ricordare che il partito di Lindner è a rischio estinzione. Quotato al tre per cento , potrebbe  non rientrare nel Bundestag, dove la soglia di sbarramento è al quattro. Ed è questo  il motivo che ha spinto il ministro delle Finanze ad assumere  posizioni sempre più rigide in materia di bilancio. Lindner spera in questo modo di recuperare consensi presso il suo elettorato, che è tradizionalmente schierato per la più ferrea austerità in campo economico.

Ed è questo anche il motivo degli ostacoli che il nostro Giancarlo Giorgetti incontrò lo scorso anno in sede Ecofin quando si trattò di riscrivere le regole del patto di stabilità: ad opporsi con maggiore fermezza alle forme di flessibilità proposte dal governo italiano fu proprio il ministro tedesco. Alla fine di quella dura trattativa  il signor Lindner si permise anche, insieme a quell’altro simpaticone di Bruno Le Maire (l’allora ministro dell’Economia francese), di annunciare che era stato raggiunto l’accordo tra i governi Ue senza preventivamente concordare la dichiarazione con il nostro ministro. Uno sgarbo all’Italia che ancora ci riempie di rabbia.

Al dunque, come possono le esigenze elettorali di un minuscolo partito tedesco condizionare così pesantemente la vita economica di altri popoli europei?  È chiaro che c’è qualcosa da rivedere nelle formule europee. Ed anche chiaro che questa crisi di governo in Germania, egoisticamente parlando, potrebbe far comodo a noi italiani. Il minimo che si può dire è che non rimpiangeremo questo ministro che fa il duro solo per una misera manciata di voti. 

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