P38 e scontri, perché è serio l’allarme terrorismo

domenica, 17 Novembre 2024
4 minuti di lettura

Il gesto della P38 che è comparso tra i giovani manifestanti di Torino non è una innocua ragazzata da prendere sottogamba, al di là del fatto che tale mossa venga da studentelli ignoranti e, per quanto ne sappiamo, sostanzialmente inconsapevoli del reale e tragico significato di quel segno che evoca l’uso della pistola .

Il problema vero è che, quando vediamo certi gesti comparire in mezzo a un gruppo di giovani esagitati, vuol dire che qualcosa di inquietante sta forse maturando nelle viscere della nostra società. E vuol dire anche che certi simboli e certe mitologie dimostrano di possedere una loro preoccupante vitalità pur nel passare del decenni.

È quindi da prendere sul serio l’allarme lanciato dal ministro Carlo Nordio: «Ho visto come è nato il terrorismo, proprio anche a Torino: hanno iniziato così, prima si incita alla rivolta, poi si aggrediscono i poliziotti, poi si fa il gesto della P38 per strada e poi però si spara. Quindi l’intervento deve essere rapido, efficace».

Di solito, quando ci si trova di fronte agli odierni fenomeni di violenza di piazza, si tende a esorcizzare ogni senso d’allarme affermando che gli anni Settanta sono lontani, che non viviamo più nella stessa Italia, che la situazione sociale dei giovani di oggi è profondamente diversa da quella dei giovani di allora. Alla fine tutto si spiegherebbe con una sorta di parodia del passato da parte di una generazione che si serve di simboli-cimelio per convogliare una confusa voglia di ribellione.

Si tratta in realtà di paragoni fuorvianti, che non colgono la vera natura del problema, la cui sostanza sta nel fatto che il terrorismo non ha bisogno di una situazione sociale particolarmente esplosiva per manifestarsi. Il ricorso alla violenza e alla strategia del terrore è una tentazione costante in qualsiasi epoca per dare soluzione sbrigativa alle tensioni che si presentano sempre in una società.

Basterà solo ricordare che, negli anni in cui imperversavano le Brigate Rosse, l’Italia stava vivendo uno sviluppo sociale mai conosciuto prima. Proprio nel decennio del terrorismo, lo Stato sociale estese la sua massima copertura al Paese: assistenza sanitaria universale al posto delle vecchie mutue, entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori, giurisprudenza del lavoro paurosamente sbilanciata verso i dipendenti  (in pratica non si potevano licenziare neanche gli operai sorpresi a rubare in fabbrica), generalizzato aumento dei salari, difesa del potere d’acquisto degli stipendi attraverso la scala mobile e tante altre conquiste sociali che sarebbe lungo citare tutte.

Eppure l’Italia conobbe un attacco tremendo al “cuore” dello Stato, unito a una  violenza parcellizzata e indiscriminata, che a un certo punto sembrò anche in grado (almeno era questa la percezione di molti) di far vacillare le istituzioni democratiche. Come fu possibile? Avvenne perché tra le nuove generazioni erano comunque diffusi lo scontento e l’inquietudine per l’avanzata del neocapitalismo e per la società dei consumi di massa in nome di ideali pauperistici avversi alla modernizzazione e alla velocizzazione della società. Agiva, tra i giovani di allora, un perverso combinato disposto tra l’anticapitalismo d’impronta marxista-leninista e quello di carattere cattolico-progressista scaturito dal post-concilio.

Insomma, l’avvento della società del benessere recava con sé anche tante frustrazioni, tensioni, pulsioni distruttive, ideali di “rigenerazione” che si accompagnavano al culto della “distruzione”. A rendere esplosiva la situazione tra gli anni ’60 e ’70 furono anche il mito della “resistenza tradita” e l’atroce stagione dello stragismo connesso alla strategia della tensione.

Per farla breve, nulla faceva prevedere che in un Paese in pieno sviluppo dell’Europa democratica potesse innestarsi la malapianta del terrorismo. Eppure accadde. E accadde anche che l’apologia della violenza si affermò come pratica di massa nei cortei, con il gesto della P38 che divenne il funesto annuncio della stagione di sangue in arrivo.

Il terrorismo brigatista è stato certo sconfitto. Ma il seme che ha innestato nella società si è rivelato purtroppo capace di dare sempre frutti. Tra il 1999 e il 2002, nel passaggio di millennio, un’altra generazione di brigatisti si macchia di nuovi delitti, come l’omicidio di Massimo D’Antona e quello di Marco Biagi. Nel 2007 viene poi sventato un altro tentativo di ricostituzione delle Br. Sono arrestate 15 persone. Progettavano di far saltare in aria Silvio Berlusconi. Sono quasi tutti giovani. Alcuni di essi hanno 21 anni e sono nati quando i vecchi brigatisti erano già tutti in carcere o rifugiati all’estero.

Al dunque, la mitologia rivoluzionaria si dimostra capace di fare proseliti in qualsiasi epoca. Ad ogni generazione, compare sempre una fetta di giovani che odia radicalmente la società in cui vive. Il sociologo Alessandro Orsini (è noto al grande pubblico per le posizioni “filo-putiniane” espresse in tv, ma è anche un grande esperto di terrorismo) ha scritto pagine interessanti sul tipo umano rappresentato dai nuovi e dai vecchi terroristi: «Vivono tra noi, animati dal desiderio di distruggere “questo mondo”, in cui non si riconoscono. Ci affiancano, eppure vengono da lontano. Hanno una lunga storia alle spalle. Seguono il capitalismo come un’ombra; asserragliati nel buio, emergono, periodicamente, per portare la “luce” a chi non vede. Odiano e vogliono uccidere. Ma sono disposti anche a morire» (“Anatomia delle Brigate Rosse”, 2024).

L’affermazione di una nuova generazione di terroristi potrebbe incontrare oggi condizioni psico-sociali addirittura più favorevoli  rispetto al recente passato. La diffusione dell’islamismo radicale ha prodotto una ventata di “messianismo” che è da sempre un terreno favorevolissimo alla crescita delle posizioni più estreme e radicali. L’odio per la civiltà occidentale si va diffondendo nella nostra società anche per effetto della tragedia di Gaza e per l’influenza della cultura woke che arriva dall’America. La rabbia degli immigrati di seconda e terza generazione potrebbe incontrarsi con il disagio dei giovani europei. Miscele esplosive sono sempre possibili. Guai a minimizzare o giustificare le manifestazioni di violenza che sono arrivate negli ultimi tempi. Se il governo fa bene a tenere alta la guardia, l’opposizione sbaglia a coprire gli esagitati. Stanno scherzando col fuoco e non se ne accorgono.

 

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.