Patriarcato, l’austero ministro Valditara ha detto una cosa di buon senso: questo istituto di cui tanto si parla ultimamente non esiste più da un pezzo, né nella legislazione né nella cultura diffusa della nostra società.
Il problema è che il buon senso confligge spesso con l’ideologia. E, quando si va a mettere in discussione un caposaldo ideologico egemone e consolidato, come appunto quello che vorrebbe la sopravvivenza ai nostri giorni di un istituto familiare arcaico (nel senso che è nella storia più antica della nostra civiltà), quando succede questo, scoppia sempre il putiferio.
È quello che è puntualmente accaduto dopo l’intervento video inviato dal ministro alla commemorazione di Giulia Cecchettin a un anno dalla scomparsa. Sul capo di Valditara è piovuta una caterva di pesanti contumelie. «Ignorante e arrogante», gli dice la senatrice dem Valeria Valente. «Delirante», gli gridano a loro volta dalle parti dei Cinque Stelle. Il Tribunale della Laica e Antifascista Inquisizione gli ha comminato l’ennesima scomunica. E al coro delle aspre censure non poteva mancare il quotidiano, politicamente correttissimo, “la Repubblica”, che gli ha riservato un ampio servizio unito a un feroce editoriale della scrittrice Michela Marzano dove lo si accusa di “oltraggiare” le donne.
Ma che ha detto in realtà il ministro di tanto sconveniente? Quello che tutti sanno ma che nessuno (o quasi) ha il coraggio di dire per non rischiare di essere accusato di essere un reazionario retrogrado. Il patriarcato come fenomeno giuridico – ha affermato Valditara – è «finito con la riforma del 1975, che ha sostituito alla famiglia fondata sulla gerarchia la famiglia fondata sull’eguaglianza».
Apriti cielo. Il ministro dell’Educazione e del Merito non può ricordare neanche un dato di fatto storicamente inoppugnabile. «Quando si denuncia il patriarcato come radice dei femminicidi – lo incalza la Marzano – non si parla di gerarchie giuridiche superate, ma di un sistema di stereotipi che da secoli strutturano e impastano i rapporti tra gli uomini e le donne».
La scrittrice editorialista de “la Repubblica” ignora bellamente (o fa finta di ignorare) quello che è successo negli ultimi sessant’anni nella società occidentale, una manciata di decenni che ha la “densità” antropologica di millenni. Dagli anni Sessanta del Novecento a oggi, il patriarcato è stato pressoché distrutto. Ed è stato abbattuto, prima che nelle leggi, nella mentalità e nel costume della nostra società. In realtà stiamo vivendo nell’epoca, almeno dal ’68 ad oggi, dell’”uccisione” del padre. Nell’epoca della rivolta permanente dei figli, del femminismo, della parità dei sessi, in famiglia, nel lavoro, nella società.
Poi esistono certo ancora discriminazioni a danno delle donne, ma l’impianto generale del nostro vivere ha fatto fare ai “padri” (e se vogliamo anche alle “madri”) un deciso passo indietro. Con effetti però non sempre positivi. Nel senso che l’“eclissi del padre” come modello culturale ha prodotto anche la crisi del principio di autorità. E ne vediamo il segno nella fragilità interiore che si riscontra in modo sempre più frequente nelle nuove generazioni.
Al dunque, la violenza contro le donne e i femminicidi, più che il prodotto di sopravvivenze arcaiche, sono semmai il frutto di questo vuoto di autorità e di questa anemia spirituale diffusa. Giovani e meno giovani senza midollo rimangono talvolta vittime dei loro istinti peggiori. Prendiamo Filippo Turetta, l’assassino di Giulia: vi sembra un tipo uscito da un clan dominato da maschi prepotenti e violenti? Tutt’altro. Ha l’aria tipica di chi è cresciuto nella bambagia e che, diventato adulto, non sa gestire lo stress dei fallimenti esistenziali. Il classico tipo, per dirla in modo più semplice, che non ha probabilmente ricevuto da ragazzo gli scapaccioni che avrebbe meritato.
Su un punto però Valditara ha sbagliato nel suo intervento. È quando ha attribuito all’immigrazione illegale la causa dell’aumento della violenza alle donne. Con questa osservazione, ha prestato il fianco alle critiche più aspre. E ciò perché ha toccato un problema che sicuramente esiste, ma che non c’entra nulla con la discussione sul patriarcato e sui modelli culturali diffusi nella nostra società.
Semmai il riferimento all’immigrazione poteva essere usato al contrario, cioè nel senso di rilevare come la presenza delle comunità islamiche nella nostra società (ambienti umani dove le donne sono normalmente in posizione subalterna) faccia risaltare per contrasto il valore della pari dignità delle persone, indipendentemente dal genere cui appartengono, un principio che rappresenta una delle conquiste principali cui la nostra civiltà va giustamente fiera.
Questo inopportuno riferimento di Valditara non inficia però la validità del suo ragionamento. E il fatto che abbia detto cose sacrosante è dimostrato anche dall’isterismo delle reazioni che ha prodotto il suo intervento.



