In Cina, il fenomeno degli influencer non è solo una questione di marketing, ma un tassello strategico nell’economia digitale. Prendiamo Li Jiaqi, che durante una diretta è riuscito a vendere 15.000 rossetti in soli cinque minuti, o Viya, capace di generare oltre 4 miliardi di dollari in vendite in un anno. Questi numeri raccontano il potenziale, ma anche i rischi del settore: evasione fiscale, manipolazioni di mercato e influenza culturale. Per questo motivo, il governo cinese ha introdotto una regolamentazione che obbliga piattaforme come Douyin, Taobao e Kuaishou a comunicare trimestralmente i dati fiscali degli utenti che guadagnano online. L’obiettivo è chiaro: controllare i flussi economici, individuare anomalie e garantire la trasparenza in un mercato che vale oltre 19,5 miliardi di dollari solo in Asia.
In Italia, il mercato degli influencer ha raggiunto un valore stimato di 350 milioni di euro, con una crescita continua. Coinvolge settori strategici come la moda, il turismo e il food. Un esempio concreto? Gli influencer turistici, che con 100.000 follower possono indirizzare migliaia di visitatori verso destinazioni come i borghi della Toscana o le Dolomiti. Oppure i food blogger, che con una semplice recensione spingono le vendite di prodotti locali come l’olio extravergine o il Parmigiano Reggiano. Tuttavia, dietro questi numeri ci sono rischi significativi. Un’indagine di settore ha rilevato che il 25-30% dei follower di molti influencer italiani è falso (*), acquistato per gonfiare la visibilità e attirare investimenti pubblicitari.
Il controllo strategico diventa essenziale per evitare manipolazioni e garantire che il mercato resti sano e competitivo. In Cina, il monitoraggio incrocia i dati fiscali con quelli delle piattaforme, rilevando discrepanze tra dichiarazioni e vendite effettive. In Italia, una strategia simile potrebbe includere:
- Mappatura degli influencer attivi nei settori chiave: Identificare chi ha un impatto reale sull’economia locale, come gli influencer che collaborano con regioni per promuovere il turismo.
- Controllo incrociato dei dati: Incrociare le dichiarazioni fiscali con i report delle piattaforme per verificare la corrispondenza tra entrate e attività effettive.
- Utilizzo di OSINT: L’intelligence open-source può aiutare a individuare attività sospette, come follower falsi o recensioni gonfiate.
- Limiti di trasparenza: Per chi supera certe soglie di fatturato o follower (ad esempio 100.000 reali), potrebbe essere obbligatoria una rendicontazione dettagliata delle entrate.
Un esempio pratico: un influencer che promuove una campagna per un hotel in Costiera Amalfitana genera prenotazioni per 200.000 euro. Se il suo reddito dichiarato è di 10.000 euro, il gap diventa un segnale di allarme. Oppure un creator di moda che spinge un brand italiano a investire 50.000 euro per una campagna su Instagram: senza verifiche sui dati reali del profilo, il rischio è di finanziare una visibilità artificiale senza ritorno reale.
Controllare gli influencer non è solo una questione fiscale, ma un investimento strategico per proteggere l’economia digitale. Monitorando dati e attività con un approccio strutturato, l’Italia potrebbe trasformare il settore in un motore di sviluppo trasparente e sostenibile, evitando che bolle di falsi numeri e manipolazioni danneggino la fiducia e le imprese.
(*) Una ricerca condotta da Buzzoole nel 2020 ha evidenziato che, all’aumentare della base di follower, cresce anche la percentuale di seguaci falsi. In particolare, tra i micro influencer è stato rilevato un 23% di follower non autentici, percentuale che sale al 33% tra i top influencer. Anche le celebrità presentano una base di follower inficiata da bot e profili falsi per circa il 25%)



