L’orso russo ragiona da volpe. Lo sapevamo già. Ma l’offerta di pace venuta da Vladimir Putin a Natale ce lo ha ulteriormente confermato. Altro che pace, mai come in questo momento lo zar si sente forte e non ci pensa affatto a fare concessioni agli Usa, all’Ucraina e alla Nato. Con questo suo gesto, il presidente russo ha voluto solo saggiare la consistenza del fronte occidentale alla vigilia del cambio della guardia a Washington.
Putin ha già incassato la disponibilità dell’amico slovacco Robert Fico a ospitare a Bratislava le eventuali trattative di pace. Ma la vera domanda è: che farà Donald Trump? Cercherà di caratterizzare da subito il suo ritorno alla Casa Bianca aprendo il negoziato con il Cremlino (assai difficilmente, nel caso, in Slovacchia) per arrivare a un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina entro il 2025?
Da qualche giorno circola sui media la voce che Donald potrebbe sorprendere tutti e, a dispetto di quello che si è fino a oggi ritenuto, punterebbe ad aumentare, anziché diminuire, gli aiuti militari a Kiev. In realtà, si tratta anche in questo caso di fumo propagandistico, forse un tentativo di Washington di saggiare a sua volta la volontà russa di continuare a combattere senza incertezze sul fronte ucraino, quasi ad adombrare l’ipotesi che l’eventuale apertura di un negoziato possa essere preceduta da un massiccio appoggio militare a Kiev. E ciò allo scopo di “ammorbidire” Mosca e consentire a Volodymyr Zelensky di non uscire umiliato dal conflitto. Si tratta del resto di una vecchia tecnica diplomatico-militare: lanciare un’offensiva sul campo per ottenere il massimo possibile al tavolo della pace. Fece così, tra il 1972 e il 1973, l’amministrazione Nixon durante la guerra in Vietnam, quando intensificò i bombardamenti su Hanoi in vista della conferenza di Pace di Parigi che pose fine al conflitto in Indocina.
Il fatto è che, in ogni fase di passaggio come quella che stiamo vivendo oggi, si rincorrono regolarmente le ipotesi più disparate. Fa parte del gioco e serve essenzialmente ad aprire un varco nelle reciproche intransigenze. Il punto vero da cui non si può comunque prescindere è che in questo momento Putin si trova in una posizione di forza: non ha l’urgenza di aprire trattative perché sta vincendo la guerra. Anzi, diciamo che per molti aspetti l’ha già vinta, nel senso che la Russia, comunque vada a finire, si terrà il Donbass occupato e che l’Ucraina si sogna di riconquistare la Crimea. Le uniche incertezze riguardano il destino politico di Kiev (compreso quello di Zelensky). Si tratta di sapere che tipo di regime ci sarà in Ucraina, quali saranno i suoi rapporti con la Nato, chi garantirà l’eventuale pace (una forza di interposizione europea?).
Se affermiamo che la Russia ha sostanzialmente vinto il conflitto non è solo perché le forze ucraine stanno arretrando sotto il rullo compressore russo e si teme il collasso militare di Kiev da un momento all’altro. Il problema è che la strategia dell’Occidente per piegare la Russia si è rivelata un fallimento.
Primo perché le sanzioni economiche si sono rivelate un’arma spuntata e controproducente. L’esclusione delle banche russe dal sistema di scambio interbancario Swift non ha scalfito minimamente la stabilità finanziaria di Mosca. Il sistema era già rodato a seguito delle prime sanzioni del 2014 e i russi erano perfettamente autonomi, anche da un punto di vista commerciale, come dimostra l’aumento dell’interscambio con i Paesi non occidentali, a partire ovviamente dalla Cina.
A subire ripercussioni economiche negative è stata semmai l’Europa. In primo luogo la Germania, che dall’inizio della guerra in Ucraina è entrata per due anni consecutivi in recessione, non potendo più alimentare il suo gigantesco apparate produttivo con il gas russo a buon mercato. L’onda d’urto del conflitto ha anche prodotto rilevanti conseguenze politiche, visto che il cancelliere Olaf Scholz è dimissionario dagli inizi di dicembre e che il Paese andrà alle elezioni anticipate nel prossimo febbraio. Né migliore sorte ha conosciuto Emmanuel Macron, a cui non è valso a nulla aver svolto il ruolo di campione dell’occidentalismo europeo in chiave antirussa: ha dovuto cambiare tre governi in un anno e si trova con un Paese privo di una vero punto di stabilità politica.
Ma il primo, grande scacco dell’Occidente è ideologico. Così osserva lo storico francese Emmanuel Todd: «Essendosi abituato a dettare i valori a cui il mondo deve aderire, gli occidentali credevano sinceramente, e stupidamente, che il pianeta intero fosse pronto a condividere la loro indignazione nei confronti della Russia. La loro aspettativa è andata delusa. Una volta superato lo shock iniziale della guerra, il sostegno alla Russia, sempre meno discreto è cominciato a comparire un po’ ovunque» (“La sconfitta dell’Occidente”, Fazi 2024). Gli strateghi occidentali hanno compiuto anche il “capolavoro” di avvicinare il mondo islamico a Mosca (complice anche la tragedia di Gaza), come dimostrano l’intesa sempre più stretta con l’Iran e l’appoggio più sotterraneo dell’Arabia Saudita.
Non sappiamo che mondo uscirà dalla fine della guerra in Ucraina, ma certo sarà piuttosto diverso rispetto a prima, con gli Usa sempre più soli e con l’Occidente sempre più piccolo. Valeva la pena evitare di arrestare il conflitto quando ancora si era in tempo?



