Cecilia Sala: la verità shock sulle sue condizioni di detenzione

giovedì, 2 Gennaio 2025
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Ieri è stato concesso a Cecilia Sala, la giovane giornalista arrestata in Iran, di effettuare tre chiamate: una alla madre, una al padre e la terza al fidanzato, Daniele Ranieri.
Le rivelazioni emerse dalle telefonate sono sconvolgenti e collidono fortemente con quanto dichiarato dal regime iraniano che aveva invece affermato: “Tratteremo la reporter italiana in modo dignitoso”.
Questo era l’unico conforto, seppur piccolo, per la famiglia della giornalista, detenuta ormai da 15 giorni nel carcere di Evin.
La cella di Cecilia Sala ha una lunghezza pari al suo corpo sdraiato.
Alla reporter non è stato dato un materasso per riposare la notte: sta dormendo su di una coperta adagiata sul pavimento.
La giornalista ha anche un’altra coperta per proteggersi dal freddo “doloroso” di Evin, così definito dalle detenute iraniane.
Cecilia non ha visto più nessuno dalla visita dell’ambasciatrice Paola Amadei il 27 dicembre.
Nemmeno le guardie, che le passano solamente il cibo, ovvero i datteri, da una piccola fessura della porta. Nessun maglione per ripararsi dal gelo, né libri, né una mascherina per coprirsi, almeno la notte, dalla luce al neon che rimane accesa 24 ore su 24.
Ma non è finita qui: le hanno confiscato anche gli occhiali da vista.
Il regime non solo ha mentito, non rispettando la parola data, ma ha anche dichiarato falsamente che la scelta di una cella singola era volta a far sentire Cecilia al sicuro, a farla stare meglio.
Ora è chiaro che si tratti di una narrazione lontana dalla verità.
Alla giornalista è riservato il medesimo trattamento applicato nei confronti delle prigioniere politiche che pullulano nel carcere di Evin: senza dignità.
Inoltre, il regime aveva assicurato che la consegna del pacco dell’ambasciata contenente libri, dolci e beni di prima necessità fosse andata a buon fine.
Ma non è vero nemmeno questo.
Sala è a tutti gli effetti una prigioniera degli ayatollah, che ancora non hanno specificato l’accusa che ha comportato l’arresto, rimanendo su un piano vago, con un generico “ha violato le leggi della Repubblica islamica”.
Le rivelazioni derivanti dalle tre chiamate concesse ai familiari della giornalista, hanno spinto la Farnesina a richiedere la “liberazione immediata” di Sala e “garanzie totali sulle sue condizioni di detenzione”.
“Fate presto” è stata la richiesta d’aiuto della giornalista nella chiamata effettuata a seguito dell’arresto e lo stesso ha ribadito ieri.
Se il destino della Sala è collegato a quello dell’ingegnere iraniano, Mohammad Abedini-Najafabad, detenuto in Italia dal 16 dicembre per conto degli USA, emergono non poche differenze nel metodo detentivo: Abedini ha un materasso, delle coperte, libri, vestiti e gode di contatti umani.
Ma tutto ciò dovrebbe essere normale.
Non è normale invece subire un trattamento dove i diritti umani non vengono rispettati.
L’ingegnere iraniano ha la sicurezza di un sistema giudiziario che gli garantirà un trattamento giusto, in accordo con le leggi del diritto internazionale.
Sala è ostaggio di un Paese illiberale che sta manifestando tutta la sua ferocia nei confronti di una cittadina che è andata in Iran per svolgere il suo lavoro, con un visto giornalistico regolare.
Secondo la costituzione iraniana, l’isolamento non è consentito né dalla legge stradale, né da quella religiosa.
Nello specifico, l’articolo 38 vieta “qualsiasi tipo di tortura, estorsione di confessioni o acquisizione di informazioni, costrizione degli individui a testimoniare e giuramenti forzati”.
Si tratta di una legge di facciata, da sempre violata nei corridoi di Evin.
I racconti di Cecilia Sala, infatti, sono simili a quelli diffusi dalle donne iraniane che hanno vissuto la stessa inumanità tra le mura del carcere: il freddo pungente, la fame, la solitudine, il neon sempre acceso, nessuna finestra, la dimensione della cella che la fa sembrare più una gabbia e la porta serrata che non viene mai aperta.
Tre giorni fa, una studentessa iraniana che ha vissuto tre mesi di detenzione nel carcere di Evin ha dichiarato: “Nella mia cella singola non c’era il materasso, né il cuscino, ma solo due coperte. Morivo di freddo. Non c’erano finestre. Non avevo libri, penne, nulla. Se dovevo andare in bagno, bussavo alla porta. Le guardie non arrivavano mai. A volte ho aspettato ore. Cercavo di stare vigile e non perdere la lucidità”.
A seguito di quanto emerso sulle reali condizioni di detenzione della giornalista, la studentessa ha affermato: “Lo sapevo. Non dovete fidarvi delle parole delle autorità iraniane.”
La notizia sul contenuto delle telefonate non l’ha stupita affatto. La studentessa ha aggiunto che questa è la loro strategia: “Esercitano una pressione sempre maggiore per ottenere quello che vogliono. In questo caso la liberazione di Abedini”.
La studentessa ha spiegato: “Spero che Sala non firmi nessuna lettera né documento, che la liberino al più presto e che durante la sua permanenza la portino nel reparto femminile del carcere, in cui le attiviste iraniane diventeranno di sicuro sue amiche, guidandola nell’inferno di Evin”.

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