Benito Mussolini continua a turbare la coscienza degli italiani. Non quella dei nostalgici del fascismo (che in realtà non esistono più) ma quella degli antifascisti puri e duri, per i quali il duce non è più un personaggio storico bensì un totem ideologico (ovviamente negativo) oppure, in casi più rari, una sorta di ossessione psicologica da cui è difficile liberarsi.
Appartiene probabilmente a questa seconda tipologia di soggetti l’attore Luca Marinelli che ha interpretato il ruolo del Duce nella serie televisiva tratta dal romando “M -Il figlio del secolo” scritto da Antonio Scurati, libro che – sia detto per inciso – è un vero e proprio polpettone farcito di boria politico-letteraria ma che ha permesso al suo autore di entrare nel empireo degli autori più apprezzati dalla sinistra.
Al dunque, la serie – che andrà in onda su Sky dal prossimo 10 gennaio- è in questi giorni in piena fase di lancio. E, come è logico che accada, la produzione e il cast di attori che vi ha lavorato fanno di tutto per promuovere il prodotto. Senonché l’interprete principale (il Marinelli appunto) sceglie un modo davvero singolare per reclamizzare l’opera che lo vede protagonista: si dichiara “addolorato” per aver interpretato Benito Mussolini. Ecco cosa dice al suo autorevole intervistatore, Walter Veltroni, in un articolo pubblicato sul ”Corriere della Sera” di ieri: entrare in un simile personaggio «è stata per me una cosa veramente dolorosa, veramente forte, che naturalmente mi aspettavo, ma non pensavo di vivere con tanta intensità. Non mi volevo avvicinare a Mussolini e purtroppo ho dovuto farlo». Poverino. Ma chi gliel’ha fatto fare?
Al che sorge spontanea un’ulteriore domanda: ma ci fa o c’è? Perché qui non si scappa: o il signor Marinelli prende in giro il pubblico o prende in giro se stesso. Ma potrebbero essere contemporaneamente valide entrambe le ipotesi.
Comunque la mettiamo, si tratta di un vero mistero dell’anima, che solo una robusta serie di sedute psicanalitiche potrebbe dissolvere. E che il problema del Marinelli, più che ideologico-politico, sia per l’appunto freudiano ce lo dimostra anche il fatto che l’attore s’è messo in testa di “psicanalizzare” lo stesso Mussolini. Ecco, infatti, cosa l’attore dice a un certo punto: «Mi è sembrato che non avesse mai una dimensione privata. È stato abbastanza scioccante: mi sembrava che lui non fosse mai sincero, neanche con se stesso. Sembra sempre su un palcoscenico, anche quando è in famiglia, perché lui ha sempre una maschera che indossa».
Caspita che analisi “raffinata”: il profondo turbamento causato dall’incontro con il mondo del Duce ha suggerito all’attore conclusioni così banali?
Diciamola tutta: il Marinelli le ha sparate veramente grosse. E noi, ancorché non siamo né psicanalisti né esperti di Sigmund Freud, ci sentiamo in diritto di formulare queste due rozze ipotesi. O l’attore ha voluto, con questa sparata, farsi “perdonare” il fatto di aver accettato di interpretare il personaggio di Benito Mussolini. Oppure il suo disagio psicologico è reale. Ma non nel senso della repulsione per la figura del Duce, bensì per il fatto che, sotto sotto, lo ammira. E non ha il coraggio di ammetterlo. Neanche a se stesso.
Ma, se fosse valida questa seconda ipotesi, il Marinelli si potrebbe ben consolare, perché sarebbe in buona e illustre compagnia. Tanti protagonisti della storia italiana sono infatti passati dal fascismo più ardente all’antifascismo più viscerale.



