Esistono registi che guardano alla realtà fornendoci chiavi di lettura possibili, ed altri che la plasmano per aprire porte prima sconosciute, David Llynch appartiene alla seconda categoria. Il suo cinema è riuscito a fondare il visibile su un piano altro, su una sorta di perturbante di freudiana memoria, come un demiurgo surrealista.
Da Twin Peaks a Cuore selvaggio, da Velluto blu a Mullholland Drive, da Strade Perdute a Elephant Man, in tutte le sue Opere, le sensazioni si tramutano in visioni, i ricordi trasmettono l’inaudito ma dentro i confini di una esperienza che rimette in gioco l’esistente. Sogni di morte alla ricerca di sé, personaggi dai percorsi intrigati che si muovono in un altro reale, viaggi onirici.
Paure, follie, percorsi mentali e attese sono i segni evidenti del suo cinema.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo nel 2014, quando è stato ospite d’onore del Lucca Film Festival e fui subito colpito dalla sua gentilezza e dal suo spiccato senso dell’umorismo. Lui che era la star della manifestazione, si fermava a parlare con tutti, felice come un bambino al Luna Park.
Emanava un’energia contagiosa e allo stesso tempo una serenità probabilmente dovuta alla meditazione trascendentale che ha sempre praticato e divulgato, tanto da creare a questo scopo anche in Italia la David Lynch Foundation.
Per chi vi scrive, la sua arte e la sua sperimentazione radicale hanno incarnato una sorta di mise en abyme al centro di un viaggio chiamato cinema.
Con i suoi film Lynch non ha fornito risposte, ma incoraggiato a superare i propri limiti, ad andare oltre le apparenze, senza aver paura di essere diversi, per trovare bellezza e significato anche nell’inquietudine. Come ci ricorda Paul Atreides in Dune:
“Non devo aver paura. La paura è l’assassino della mente”.
Il vuoto che lascia è incolmabile, ma grazie ai suoi film abbiamo un’eredità preziosa, da custodire e tramandare, per nuovi mondi possibili.



