Trump parla d’età dell’oro, dando l’idea d’abbandonare l’età “verde” che non pochi dispiaceri ha dato all’industria mondiale ed alla produttività, di fatto contraendo il benessere dei cittadini. Con la revoca del credito d’imposta federale di 7.500 dollari per i veicoli elettrici, la domanda negli Stati Uniti rischia di crollare, colpendo direttamente le aziende europee che forniscono componenti per auto elettriche. Ad esempio, società italiane specializzate nella produzione di inverter, sistemi di gestione delle batterie e materiali avanzati potrebbero vedere ridotti gli ordini dalle case automobilistiche americane. I fornitori (anche italiani), che hanno importanti sedi produttive in Europa, potrebbero subire perdite significative, considerando che il mercato statunitense rappresenta una fetta importante delle esportazioni del settore. La scelta di congelare i grandi progetti eolici offshore, come Vineyard Wind, avrà un impatto anche sulle aziende europee che dominano il mercato delle turbine eoliche che finirà in contrazione. Ad esempio, Siemens Gamesa (Germania) e Vestas (Danimarca) rischiano di perdere contratti miliardari per la fornitura di tecnologie avanzate agli Stati Uniti.
L’Italia stessa, con aziende come Fincantieri, coinvolte nella progettazione e costruzione di infrastrutture offshore, potrebbe subire un contraccolpo. La riduzione della domanda americana rallenterà la crescita delle rinnovabili in Europa, visto che molti progetti sono interconnessi attraverso partnership globali.
Peserà anche le reintroduzione di dazi del 25% su prodotti europei, come l’acciaio e i componenti automobilistici, rischia di pesare fortemente sull’industria italiana e dell’Unione Europea.
Ad esempio, l’Italia esporta ogni anno circa 5 miliardi di dollari in macchinari e beni industriali verso gli Stati Uniti. Con l’aumento dei dazi, molte aziende potrebbero trovarsi fuori mercato, perdendo competitività rispetto ai produttori locali americani. Anche i settori legati al lusso e all’agroalimentare italiano, come il vino e il formaggio, potrebbero subire contraccolpi con possibili dazi mirati per scoraggiare le importazioni dall’Europa.
Ritorno al fossile? L’accento posto sui combustibili fossili potrebbe innescare un effetto domino nei mercati globali dell’energia. Gli Stati Uniti, aumentando la produzione interna di petrolio e gas, potrebbero ridurre le esportazioni di GNL (gas naturale liquefatto) verso l’Europa, che oggi rappresentano una soluzione per ridurre la dipendenza dal gas russo. L’Italia, che ha investito in terminali di rigassificazione per accogliere il GNL americano, potrebbe trovarsi a fronteggiare un aumento dei prezzi del gas sul mercato internazionale, con effetti negativi sulla competitività delle industrie energivore come l’acciaio, la chimica e la ceramica.
Inoltre con l’annunciato blocco delle importazioni di materiali per batterie dalla Cina e il tentativo di promuovere una filiera 100% americana, l’industria europea delle batterie subirà una doppia pressione. Da un lato, gli Stati Uniti diventeranno un mercato sempre meno accessibile per i fornitori europei; dall’altro, la concorrenza per l’approvvigionamento di materie prime come litio e cobalto diventerà ancora più feroce, aumentando i costi per le aziende italiane ed europee coinvolte nella transizione energetica.
Il ritorno delle politiche protezionistiche americane avrà ripercussioni anche sui settori agricoli e agroalimentari italiani. Prodotti come il vino toscano, il Parmigiano Reggiano e l’olio extravergine di oliva, che hanno trovato un mercato stabile negli Stati Uniti, potrebbero essere soggetti a nuovi dazi, riducendo la competitività dei prodotti Made in Italy e spingendo le imprese verso mercati alternativi.
Parallelamente, il settore agricolo americano, sostenuto dai sussidi governativi e dal ritorno delle coltivazioni intensive, potrebbe inondare il mercato europeo con prodotti a basso costo, come il mais e la soia, destabilizzando i prezzi locali.
L’abbandono delle politiche economiche “green” è ormai certo e sarà il caso l’Europa prenda coscienza, essere legati a regole particolari come il patto di stabilità o non puntare a tecnologie come i biocarburanti (che l’italiana Eni produce su suolo italiano) rischia in un paio d’anni di desertificare a livello industriale in continente. Urge anche un cambio di passo sul nucleare, con queste prospettive se l’Italia vorrà mantenersi all’interno dei paesi industrializzati dovrà rivedere il proprio piano energetico, non si può crescere a livello economico senza indipendenza energetica si rischia d’impoverire la popolazione se non ci saranno “scatti” produttivi significati, per farli però serve energia a basso costo.
La presenza di Giorgia Meloni in queste ore in Usa auguriamoci sia l’inizio d’un rapporto blaterale e privilegiato con i “nuovi” Stati Uniti, che ieri hanno fatto sfilare anche tutto il proprio apparato industriale, chiarendo quali siano gli obiettivi.

