Il Foglio fa scrivere il giornale all’AI. Ecco quale futuro attende il giornalismo

martedì, 18 Marzo 2025
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Ci avevano detto che entro 10 anni i giornali sarebbero stati scritti dall’intelligenza artificiale, ma si sbagliavano. Perché è già successo. Da oggi e per un mese il quotidiano Il Foglio è infatti in edicola con un allegato di 4 pagine (in pratica un secondo giornale) realizzato interamente con l’intelligenza artificiale. Comunque la vediate è un esperimento giornalistico senza precedenti. Ogni articolo, titolo, sommario e persino l’ironia saranno frutto delle “fatiche” dell’algoritmo.

E va detto che, a una prima lettura, il prodotto è valido. Difficilmente ci si sarebbe accorti dell’origine “artificiale” di questi articoli – che mimano molto bene lo stile tutt’altro che banale e facilmente replicabile del giornale diretto da Claudio Cerasa – se non ce l’avessero detto prima. funzionano non solo i pezzi di servizio come il resoconto degli ultimi dati Istat sulla distribuzione del reddito, ma pure l’editoriale di apertura (dedicato ovviamente all’Intelligenza artificiale) e la recensione dell’ultimo libro di Beppe Servegnini.

Ma dietro a questa facciata futuristica c’è una questione che, forse, merita una riflessione più profonda: l’intelligenza artificiale davvero crea o si limita a setacciare e rielaborare contenuti già esistenti? In altre parole, un algoritmo è davvero in grado di produrre contenuti originali, o si limita a fare delle sintesi basate su dati e testi già pubblicati? Se la risposta è la seconda, la questione diventa: possiamo considerare l’output di una macchina un “prodotto giornalistico”?

Per dare un giudizio fondato su questo esperimento, sarebbe utile conoscere alcuni dettagli cruciali. Quale IA è stata utilizzata per realizzare Foglio Ai? Si tratta di un sistema proprietario o di una piattaforma commerciale, come ChatGPT o Gemini? Inoltre, che tipo di prompt sono stati forniti per indirizzare l’algoritmo nella scrittura? È fondamentale capire se i materiali di partenza sono stati forniti dalla redazione di Il Foglio o se sono stati generati autonomamente dall’IA, attingendo a un database di notizie. Un’altra domanda importante è: quanto il risultato finale è stato modificato dai giornalisti? Hanno solo supervisionato il processo, oppure sono intervenuti per riscrivere e rielaborare ampiamente i testi? Infine, in che misura l’intelligenza artificiale ha effettivamente contribuito a risparmiare tempo nelle attività redazionali?

A queste domande, se trovassero risposta, potremmo davvero comprendere l’impatto che l’IA avrà sulla professione. Perché se è vero che l’intelligenza artificiale può accelerare la produzione di contenuti, è altrettanto vero che questo non implica automaticamente un miglioramento nella qualità o nella profondità dell’informazione.

E se Il Foglio sta percorrendo questa strada in modo tanto evidente, non è certo l’unica testata a farlo. Anche realtà come il New York Times hanno avviato progetti di sperimentazione in questo senso. La redazione del NYT ha integrato l’uso di algoritmi per ottimizzare alcuni aspetti del processo giornalistico, come la selezione delle notizie o la creazione di riepiloghi. Tuttavia, l’approccio della testata americana sembra più mirato a supportare i giornalisti nelle fasi preliminari di scrittura, senza sostituirli del tutto. L’utilizzo dell’IA nei media sta quindi prendendo piede, ma in modi diversi e, a volte, più sottili di quanto si immagina.

Se c’è qualcosa che Foglio Ai ci insegna è che le discussioni teoriche sul futuro del giornalismo, sull’intelligenza artificiale e sull’automazione, devono fare spazio a confronti concreti. La vera sfida non è più capire se l’IA entrerà nelle redazioni, ma come l’ingresso dell’intelligenza artificiale influenzerà l’essenza stessa del giornalismo. La tecnologia può aiutare a raccogliere e analizzare i dati, ma non potrà mai sostituire l’empatia, la curiosità, la capacità di raccontare storie che appartengono agli esseri umani. Ecco perché, mentre esperimenti come Foglio Ai ci offrono spunti interessanti, è fondamentale che il dibattito sul futuro del giornalismo non si fermi alla tecnologia, ma che si torni a interrogarsi sul cuore della professione: cosa vogliamo raccontare e come lo vogliamo fare?

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