Presidenziali del 2027, per Le Pen si apre una speranza…

mercoledì, 2 Aprile 2025
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La speranza, si sa, è l’ultima a morire. E Marine Le Pen è decisa a mantenerla in vita il più a lungo possibile. La leader del Rassemblement è ben intenzionata a ribaltare la sentenza che la condanna a 4 anni di reclusione (due con la condizionale) e che, soprattutto, la esclude dalla corsa per le Presidenziali della primavera 2027, avendone anche decretato l’ineleggibilità per 5 anni.

Che farà Marine? Insieme all’appello, presenterà anche ricorsi al Consiglio costituzionale di Parigi e alla Corte europea dei diritti dell’uomo. A confortarla, è giunta ieri sera la notizia che la Corte d’Appello di Parigi è decisa ad affrettare i tempi: ha annunciato un nuovo processo con sentenza nell’estate del 2016.  È una decisione che offre una concreta possibilità alla leader di presentarsi candidata alle elezioni presidenziali. La decisione della magistratura parigina è un fatto significativo, perché normalmente in Francia, per arrivare a una sentenza d’appello, ci vogliono mediamente due anni.

Certo, non è detto che la decisione della Corte sarà alla fine favorevole a Le Pen. Ma la leader di RN non ha più oggi sopra di sé il cielo plumbeo di due giorni fa. A suo favore può giocare anche il clima che si è instaurato in Francia dopo la sentenza di lunedì: alla scontata indignazione degli elettori lepenisti si aggiungono anche le perplessità dell’opinione pubblica e di altri settori della politica francese. Il timore è che il sistema francese, già traballante, possa essere investito da un’ulteriore (e pericolosa) ondata di delegittimazione.

Per molti (e non solo per l’estrema destra) la decisione sull’ineleggibilità della Le Pen con effetto immediato è un vero e proprio scandalo. Si tratta infatti, non di un effetto automatico della sentenza di condanna, bensì di un provvedimento che rientra nel potere discrezionale del magistrato. E non appaiono molto convincenti le motivazioni addotte dalla giudice Bénédicte de Perthuis: «Si tratta di garantire che i rappresentanti eletti, come tutti coloro che sono soggetti alla legge, non beneficino di un regime preferenziale».

È una argomentazione astratta e meramente formalistica, parole che contrastano con il principio del buon senso che dovrebbe guidare un giudice quando esercita un potere discrezionale. Non c’è infatti alcun buon senso nell’escludere il candidato favorito da una competizione elettorale, senza che tale esclusione sia un fatto obbligatorio per il giudice. Alla vigilia della sentenza, un sondaggio assegnava, in vista delle Presidenziali, un ampio vantaggio alla Le Pen sugli altri candidati (il 34%-37% dei voti). E va inoltre considerato che, in occasione delle prossime elezioni per il presidente della Repubblica, il “cordone sanitario” anti-Le Pen potrebbe anche non scattare.

A giocare a favore di Marine c’è poi un’altra circostanza: altri leader francesi, sia il premier Francois Bayrou sia il leader dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon stanno passando guai giudiziari per via degli assistenti parlamentari (sono entrambi sotto giudizio). Evidentemente, nella politica francese, l’uso disinvolto del personale di segreteria deve rappresentare una prassi diffusa all’interno dei partiti. Tant’è che il primo ministro così si è espresso a proposito della legge per la quale è stata condannata Marine Le Pen: «Come il Parlamento l’ha approvata, può modificarla».

Anche nella “giacobina” Francia, il conflitto tra imperio della legge e sovranità della politica tende a stemperarsi, a differenza di quello che vorrebbero farci credere i pallidi giustizialisti italiani.  

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