La Cina corre, Temu e Shein fanno tremare l’America

giovedì, 17 Aprile 2025
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Il dato che spaventa Washington è netto: +5,4%. Tanto è cresciuto il PIL cinese nel primo trimestre del 2025. Una velocità che supera le previsioni, mostra la forza dell’economia di Pechino e rende ancor più amara la guerra commerciale voluta da Donald Trump. Mentre le vendite online rischiano di diventare meno convenienti – Temu e Shein alzano i prezzi per i consumatori americani – lo scontro commerciale tra USA e Cina entra in una fase che rischia di vedere gli Stati Uniti dalla parte sbagliata della storia.

Temu, controllata da PDD Holdings, e Shein, con quartier generale a Singapore ma cuore produttivo cinese, hanno annunciato rincari per i loro clienti statunitensi a partire dal 25 aprile. La ragione è chiara: i dazi monstre imposti da Trump – fino al 145% – colpiscono duro proprio quei modelli di business fondati su milioni di pacchi a basso costo spediti ogni giorno. L’abolizione della soglia “de minimis” – che permetteva di evitare i dazi per acquisti sotto gli 800 dollari – ha fatto crollare la convenienza. E ora i consumatori americani pagano il conto.

Il tempismo non è casuale. L’economia cinese accelera, sostenuta da misure di stimolo e un export in ripresa. La produzione industriale è tornata a correre (+7,7% a marzo), la disoccupazione scende, e le vendite al dettaglio segnano un boom. L’ondata di ordini verso l’estero è stata anticipata per aggirare l’imminente stretta americana. Ma il messaggio è chiaro: Pechino non sta arretrando. Al contrario, rilancia. Tencent, il gigante dietro WeChat, ha appena lanciato un piano da 13 miliardi di euro per sostenere le esportazioni cinesi. Non una difesa, ma un contrattacco.

Intanto, negli Stati Uniti, Jerome Powell della Federal Reserve avverte: i nuovi dazi rischiano di alimentare inflazione e rallentare la crescita. Non esattamente l’effetto desiderato da chi voleva “punire” la Cina. E mentre i prezzi di Temu e Shein salgono, Amazon osserva compiaciuta. I colossi asiatici sono in difficoltà? Ottimo, spazio libero per riconquistare quote di mercato.

Ma è un gioco pericoloso. Washington sembra ignorare che Pechino ha da tempo una strategia: non solo essere la fabbrica del mondo, ma diventare anche il laboratorio dell’innovazione globale. E in parte ci sta già riuscendo. Auto elettriche cinesi che competono con Tesla, semiconduttori, intelligenza artificiale. I dazi possono rallentare il presente, ma difficilmente fermeranno il futuro.

Anche in Europa il nervosismo cresce. Bruxelles sta intensificando i rapporti con le autorità cinesi, preoccupata per l’afflusso record di merci low-cost, spesso non conformi alle norme UE. Il 40% dei prodotti pericolosi segnalati nel sistema europeo Safety Gate proviene dalla Cina. E anche da noi la soglia “de minimis” viene messa in discussione: 12 milioni di pacchi al giorno entrano nel mercato europeo, in gran parte da piattaforme cinesi. Temu e Shein, oggi nel mirino anche della Commissione, potrebbero trovarsi presto strette tra dazi americani e verifiche europee.

Ma l’Unione Europea non sembra intenzionata a seguire in tutto e per tutto la linea dura di Trump. Ursula von der Leyen, pur mantenendo toni fermi verso Pechino, ha scelto la via diplomatica: non si tratta solo di concorrenza sleale, ma di ridefinire i rapporti di forza globali. E in questa partita, il ruolo dell’Europa potrebbe diventare decisivo. Perché se la Cina verrà chiusa fuori dagli USA, riverserà il suo surplus industriale altrove. Indovinate dove.

Gli Stati Uniti, insomma, stanno giocando una partita rischiosa. La guerra dei dazi – iniziata dieci anni fa con la stretta bipartisan su Pechino e culminata ora con le nuove misure trumpiane – rischia di trasformarsi in un boomerang. Shein e Temu non sono solo due app di shopping. Sono la punta dell’iceberg di un sistema economico aggressivo, scalabile e sempre più autonomo.

Pensare di fermarlo alzando barriere potrebbe essere una pia illusione.

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