Antimafia, tutti zitti sul j’accuse di Mori ai Pm di Palermo

mercoledì, 14 Maggio 2025
2 minuti di lettura

Il termine “congiura del silenzio” è un po’ fuori moda. Ma un’altra e più efficace espressione non c’è per definire quella sorta di cordone sanitario mediatico che si applica alle verità scomode. L’ultima dimostrazione ce l’ha fornita l’assordante silenzio che ha seguito il j’accuse all’indirizzo della Procura di Palermo lanciato ieri in Commissione Antimafia dagli ex vertici del Ros, Mario Mori e Giuseppe De Donno.

I due ex ufficiali dei Carabinieri hanno affermato che i Pm del capoluogo siciliano hanno insabbiato l’inchiesta condotta fin dal 1990 dal Raggruppamento operativo   speciale dell’Arma sulla torbida triangolazione tra imprese (anche del Nord), mafia e politica sugli appalti in Sicilia. Mori e De Donno ne avevano già parlato nella “prima puntata” dell’audizione, il 16 aprile scorso. Ieri hanno fatto nomi e cognomi, suscitando la furiosa reazione di due parlamentari del Pd: guai, per la sinistra, a chi tocca le toghe, che devono essere sempre al di sopra di ogni sospetto.

I fatti e le circostanze riferiti dai due ex ufficiali dell’Arma costituiscono materia esplosiva, tutta roba che porta ad aggiungere qualcosa di rilevante al “racconto” ufficiale della lotta alla mafia dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Non dico che c’era da dedicare all’argomento i titoli di testa dei quotidiani odierni, ma darne adeguata visibilità era più che lecito attenderselo. Invece niente, neanche un rigo vi hanno dedicato i giornali “mainstream”. Solo “Il Fatto Quotidiano” ha riservato un’intera pagina alla notizia, ma per dire che Mori e De Donno intendono “vendicarsi” dei magistrati che a suo tempo li hanno processati per la presunta “trattativa” Stato-mafia: parola di Roberto Scarpinato, ex procuratore a Palermo e oggi senatore M5S, guarda caso.

La tesi di fondo sostenuta da Mori e De Donno accredita l’idea che il dossier su mafia e appalti, su cui nel 1992 aveva rivolto il suo interesse Paolo Borsellino, sia il principale movente dell’attentato di via D’Amelio. Ieri Mori ha alzato il tono della sua audizione sostenendo che quel dossier è stato fortemente ostacolato in quella fase dalla Procura guidata da Pietro Giammanco: non avrebbe voluto valorizzare il collegamento tra gli appalti e il sistema politico. «Si perdeva così di vista – ha osservato Mori – un’attività investigativa che allargava lo sguardo e avrebbe potuto ottenere altri risultati». Mori ha lamentato che altri freni venivano dalla politica e dal «tombale silenzio» calato su un’indagine sottoposta a un’operazione di «smembramento» tra gli uffici giudiziari di Palermo, Catania e Caltanissetta. L’obiettivo sarebbe stato quello di evitare l’estensione dell’attività investigativa per la quale lo stesso Giovanni Falcone pensava a una interconnessione con l’indagine milanese di Mani pulite.

Era una pista che poteva portare molto in alto, un filone di indagine che stava per coinvolgere anche grosse imprese nonché una fetta qualificata del mondo politico italiano. Tra le imprese coinvolte c’era anche la Ferruzzi  di Raul Gardini, imprenditore di punta alla fine degli anni Ottanta dell’economia italiana, vero e proprio “idolo” dei giornali nostrani. Gardini fu oggetto, come è noto, dell’inchiesta del pool di Milano sulla maxitangente Enimont. Secondo l’ex pm di Milano, Antonio Di Pietro,  «Mafiopoli non era che l’altra faccia di Tangentopoli».

Chissà dove avrebbe potuto portare l’inchiesta del Ros se non fosse stata disattivata dai Pm di Palermo. Sta di fatto che il “grande racconto” dell’antimafia di questi ultimi vent’anni è stato egemonizzato dalla presunta “trattativa” Stato-mafia, un filone poi rivelatosi sterile e infondato. E a farne le spese sono stati proprio Mori e De Donno, che hanno atteso almeno una decina di anni prima di essere completamente scagionati.

Invece di difendersi dai Pm di Palermo, i due ufficiali avrebbero potuto, assai più proficuamente per tutti, mettere a disposizione la loro professionalità a illuminare il sottofondo limaccioso del sistema economico italiano, cioè la sfera inquietante dei rapporti tra criminalità organizzata e imprenditoria.

Mori e De Donno non si sono però mai dati per vinti e negli ultimi anni hanno pubblicato due libri sull’inchiesta che ha dato tanto fastidio alla Procura di Palermo. Ma la verità prima o poi viene sempre a galla, con buona pace del grande potere mediatico.

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.