Perché ci appassiona il caso Garlasco? Per tre motivi…

giovedì, 22 Maggio 2025
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Anche oggi, come da molti giorni, il giallo di Garlasco troneggia sulla home dei giornali on line e sulle prime pagine dei quotidiani.  I fatti di cronaca nera, laddove presentano aspetti misteriosi, sono sempre seguiti con molta attenzione da un pubblico di “giallisti” incalliti come quello italiano. Ma tanta morbosa curiosità (del resto, la curiosità, o è morbosa, o non è) non la si vedeva da molti anni. Bisogna risalire al tragico caso di Cogne o al delitto di via Poma per registrare un interesse paragonabile a quello che suscita oggi l’omicidio della povera Chiara Poggi, avvenuto comunque nel 2007.

Perché mai tanta attenzione? Non è una domanda banale. E questo per il semplice motivo che un giallo italiano che domina a lungo sui media è come una sorta di cartina di tornasole. Ci rivela, cioè, il tipo di Italia in cui quel caso di cronaca nera è maturato e ci rivela anche il tipo di pubblico che si appassiona a quei fatti, quali sentimenti, turbamenti e angosce quella vicenda gli suscita.

Nel caso di Garlasco i motivi dell’interesse sono tre. Proviamo a esaminarli uno per uno.

Primo motivo: il contesto sociale in cui è avvenuto il delitto, l’agiata provincia padana dalla facciata rispettabile. Ci troviamo di fronte a una contraddizione che crea un corto circuito e che fa immaginare misteri inquietanti. Del resto, gli ambienti di provincia caratterizzati da vizi privati e pubbliche virtù sono una cornice classica per ogni genere di gialli. In più, nella vicenda Garlasco, i protagonisti si muovono con passo felpato. Sono educati. Hanno l’aria da bravi ragazzi, agiati ma infelici. E poi ci sono i genitori di questi giovani: anch’essi entrano nel dramma e anch’essi in modo discreto. Ma la loro presenza s’avverte comunque. Sullo sfondo si muovono anche gli amici, la comitiva del giovane fratello di Chiara, Marco Poggi. Tra questi amici c’è anche Andrea Sempio, il nuovo sospettato. Oggi sono tutti uomini adulti che vivono la loro vita, ma all’epoca dei fatti, 18 anni fa, erano una compagnia di ragazzi affiatati. Eppure, altro motivo che incuriosisce e inquieta, in quella compagnia agiva forse qualcosa di misterioso e di terribile, tanto da provocare un delitto.

Secondo motivo: è come assistere a una serie tv, dove si susseguono i colpi di scena e fanno irruzione personaggi imprevisti. Il primo personaggio nuovo è Sempio: 18 anni fa era solo una comparsa, oggi è il personaggio centrale del nuovo dramma, quello che può portare a riscrivere il dramma che ha avuto a sua volta per protagonista Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara condannato per l’omicidio. Il nuovo sospettato fa vacillare la fiducia nella giustizia perché rivela i limiti delle indagini precedenti e il modo maldestro con cui sono state condotte, a partire dalla ormai famosa Impronta 33, la traccia lasciata dal nuovo sospettato sul muro sotto cui era il corpo di Chiara, prova all’epoca considerata ininfluente. Chi è intervenuto subito dopo la scoperta dell’omicidio lo ha fatto con professionalità davvero scarsa.

Ma il colpo mediatico più forte è l’ingresso in scena delle gemelle Cappa, Paola e Stefania, cugine di Chiara, due ragazze bellissime, ma ora circondate da un alone sinistro. Bellezza, mistero e tragedia: è un cocktail irresistibile per il pubblico. Una testimone ha visto Stefania gettare, in stato di evidente agitazione, una cassetta degli attrezzi nel canale sotto la casa della nonna. Conteneva forse i corpi contundenti con i quali è stata uccisa Chiara? E, se fosse così, in quanti allora avrebbero partecipato all’omicidio? Domande inevitabili. A rendere più fosco il quadro è la circostanza che le due avvenenti gemelle erano in cattivi rapporti con la vittima. C’era una vecchia ruggine in famiglia? Il giallo di Garlasco porta con sé interrogativi sempre nuovi.

Terzo motivo: c’è un colpevole, c’è un sospettato, ma non c’è un movente del delitto. È il fattore dirompente nella vicenda, il motivo che inquieta di più perché destabilizza e sconcerta. Dietro ogni assassino c’è un movente. Ma qui non si sa ancora perché Chiara è stata uccisa. Stasi è stato condannato solo per le incongruenze nel suo racconto: è stato lui a trovare la fidanzata morta, ma le sue scarpe erano pulitissime, non contenevano neanche una goccia di sangue, fatto davvero strano perché la scena del delitto ne era inondata. Evidentemente se l’è cambiate prima di dare l’allarme. E poi il suo alibi è debole: nell’ora del delitto, quando Stasi dice di essere stato a lavorare al computer, c’è una finestra temporale durante la quale può averlo commesso. Ma l’angoscioso quesito rimane: perché avrebbe ucciso la fidanzata? Non sono emersi né motivazioni passionali né di altro genere. Stesso discorso riguarda eventualmente Sempio: anche qui non  c’è un movente possibile. Non risulta che i due avessero una relazione. Sappiamo solo che Andrea frequentava la villetta in cui viveva la famiglia Poggi, ma solo perché amico di Marco.

Al dunque, inquieta moltissimo questo delitto senza apparenti passioni che avviene in un ambiente umano di gente rispettabile, educata, agiata. Non ci sono personaggi al di sopra del rigo. Non ci sono situazioni di marginalità sociale o contesti criminali. È tutto ovattato, composto, misurato. Eppure in tale contesto è avvenuto un delitto efferato  perché Chiara è rimasta vittima di una furia feroce.

La verità prima o poi verrà a galla, ma intanto rimaniamo turbati da questa superficie rispettabile che nasconde una realtà orribile. Viene l’idea che anche la vita più tranquilla non è immune dal contagio del male. Può sempre accadere un evento distruttore. È come se nella nostra società vivesse un antimondo di follia criminale, con mostri dall’aria educata che ci passano accanto. Lo sapevamo già. Ma, quando un fatto di cronaca ce lo ricorda ci sentiamo turbati. E lo seguiamo come per esorcizzare l’inquietudine che si è a quel punto generata in noi.

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