Fino al 21 settembre 2025, si potrà ammirare presso lo spazio di Conciliazione 5, No Man is an Island, la mostra personale dell’artista di Adrian Paci (Scutari, 1969). Il progetto di arte contemporanea promosso dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione del Vaticano, è stato ideato in occasione del Giubileo 2025, e affidato alla curatela di Cristiana Perrella, .
Il primo anno di attività si apre sotto il segno del movimento forzato, della nostalgia e della responsabilità collettiva. Con questa personale la riflessione sulla Speranza — tema chiave dell’intero ciclo — prende la forma del corpo migrante, sospeso tra perdita e trasformazione.
L’opera scelta per la window gallery lungo via della Conciliazione è Home to Go (2001): un corpo maschile, calco dell’artista, cammina piegato sotto un tetto rovesciato, che diventa ali, croce, fardello. È un’immagine archetipica della migrazione, ma anche un autoritratto simbolico: il tetto che si fa carico, la casa che si perde e si porta. Qui la fragilità dell’esilio si unisce a un respiro trascendente, in un equilibrio costante tra il peso della realtà e la sua sublimazione spirituale. L’opera, posizionata sul cammino che conduce alla Porta Santa, rafforza un legame denso con la tradizione cristiana della Via Crucis e con l’iconografia della Passione: la figura che avanza sotto un peso diventa anche Cristo viandante, pellegrino dell’umano dolore.
Il titolo stesso della mostra — No Man is an Island — tratto dalla celebre meditazione di John Donne, agisce come chiave di lettura dell’intera operazione: ogni vita è interconnessa, ogni caduta è anche nostra. La scelta di esporre una delle opere più note e fondative di Paci accanto a una nuova produzione ribadisce la forza di un linguaggio coerente, dove la forma non è mai gratuita, ma sempre radicata in un’urgenza civile, spirituale, personale.
Nelle storiche Corsie Sistine dell’ex ospedale di Santo Spirito in Sassia, Paci presenta invece una nuova installazione video, The bell tolls upon the waves (2024), che racconta la vicenda poco nota della Campana di Santa Caterina, affondata nel 1566 nel mare di Termoli durante un’incursione turca. L’artista trasforma questo frammento di memoria in una potente metafora contemporanea: una campana collocata su una piattaforma galleggiante nel mare, i cui rintocchi non vengono più mossi dalla mano dell’uomo, ma dal respiro imprevedibile delle onde. Così, l’opera diventa un requiem acustico e visivo per tutto ciò che è stato perduto: vite in mare, storie sommerse, sacralità dimenticate. Ma anche una preghiera laica che resiste, che riemerge.
Con questo doppio gesto, Paci si conferma uno degli artisti europei più capaci di abitare simultaneamente la storia e il presente, intrecciando il linguaggio della memoria con le tensioni del nostro tempo. Conciliazione 5 si rivela così non solo come vetrina per l’arte contemporanea, ma come spazio vivo, capace di accogliere domande difficili — su identità, comunità, speranza — e di restituirle in forma poetica, pubblica, condivisa.
Immagine tratta dal profilo Facebook ufficiale di Adrian Paci
