Israele-Iran, a chi conviene la guerra (e fino a quando)

sabato, 14 Giugno 2025
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Israele-Iran, un vincitore c’è già. È il Mossad, che si sta rivelando la prima arma strategica di Tel Aviv. Quello che hanno compiuto gli 007 israeliani sotto il naso degli ayatollah ha dell’incredibile: sono riusciti a realizzare una base segreta di lancio per droni nel cuore di Teheran. E poi, quando è stato il momento, hanno fatto partire gli ordigni che hanno decapitato i vertici militari della Repubblica Islamica.

Questo è l’aspetto sicuramente più spettacolare. Ma non meno decisivo è stato il ruolo delle cellule infiltrate nel territorio iraniano che hanno agito in coordinamento con l’aviazione. Il bilancio dei primi due giorni è considerevole: sono stati colpiti gli impianti nucleari iraniani (tra cui quello sotterraneo di Natanz). È presto per stabilire la portata effettiva dei danni prodotti dall’azione israeliana ai siti degli ayatollah. Teheran minimizza, mentre Tel Aviv enfatizza. Fa parte del gioco. La verità sta forse, come sempre, nel mezzo.

Comunque Israele deve avere ottenuto già un importante risultato politico, se il governo di Benjamin Netanyahu ha dichiarato che ora Gaza è un fronte “secondario”. Resta naturalmente da vedere quale potrà essere l’effettiva portata della “vendetta” annunciata dall’Iran. Al momento, missili e droni iraniani non hanno prodotto risultati significativi. Ma non sappiamo ancora se Teheran ha in serbo risposte micidiali, soprattutto grazie ai missili ipersonici di cui è dotata. Né si può stabilire fino a che punto sia da prendere in considerazione la minaccia iraniana (arrivata stamattina) di colpire anche bersagli americani nell’area. Di sicuro sarebbe devastante per tutti (ma suicidaria per la stessa Teheran) la chiusura dello stretto di Hormuz. Il greggio è già schizzato a 70 dollari al barile e potrebbe presto arrivare a 90. Per l’economia mondiale, prima finisce questa guerra, e meglio è.

Ma a chi conviene che questo conflitto duri a lungo? I primi a essere interessati alla guerra sono ovviamente gli israeliani, che non per niente l’hanno provocata. A cosa puntano veramente? Solo a impedire che Teheran raggiunga la bomba atomica? È questa, al momento, la ragione ufficiale, tant’è che i raid contro l’Iran sono partiti pochi giorni dopo il report dell’Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) che ha accusato gli ayatollah di aver violato gli accordi sul nucleare. Secondo gli esperti, l’Iran ha abbastanza uranio arricchito da poter realizzare nove bombe atomiche. Per farlo concretamente, il regime ha però bisogno di un notevole impegno tecnologico. Comunque sia, per lo Stato ebraico, i risultati conseguiti da Teheran potrebbero già rappresentare una minaccia esistenziale.

Ma nei piani di Tel Aviv c’è anche altro. C’è in particolare la caduta del regime degli ayatollah. Gli israeliani sembrano interessati a chiudere definitivamente la partita con il regime islamista iraniano. E per questo si sono attrezzati a un conflitto che potrebbe anche durare a lungo. L’obiettivo è quello di infliggere colpi tali all’apparato bellico iraniano da provocarne la definitiva delegittimazione davanti agli occhi del popolo. In questo senso va anche visto l’appello lanciato da Netanyahu alla gente iraniana: «Unitevi contro il vostro regime».

Il problema è che questo obiettivo può essere condiviso solo in parte dagli Usa. E qui entra in campo il secondo (e cruciale) soggetto che sta dietro l’attacco israeliano. È evidente, infatti, che Tel Aviv non avrebbe agito come ha agito senza l’avallo americano. Il fatto è però che l’amministrazione di Donald Trump non è interessata tanto alla caduta del regime iraniano quanto piuttosto a un suo forte ridimensionamento, quanto basta a rendere l’area mediorientale sicura, non solo per la tranquillità di chi vi abita, ma soprattutto per i soggetti interessati al business con gli Stati della penisola arabica, tutti Paesi che puntano ad ambiziosi obiettivi di sviluppo economico e tecnologico, prima fra tutti la monarchia saudita. Mohammed bin Salman ha di mira la pacificazione dell’area e per tale motivo aveva avviato un processo di normalizzazione dei rapporti con Teheran.

I prossimi giorni saranno decisivi per capire se ci sarà o no un’escalation nel conflitto appena cominciato tra Israele e l’Iran. Fondamentale sarà la capacità di Trump di fermare Netanyahu al momento opportuno. Al netto, naturalmente, dei colpi proibiti che potrebbero sferrare nei prossimi giorni gli ayatollah, i quali sono, sì, indeboliti, ma tutt’altro che moribondi.   

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