Israele tra guerra, politica e propaganda: la campagna elettorale di Netanyahu é già iniziata

mercoledì, 25 Giugno 2025
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Benjamin Netanyahu, subito dopo aver visitato uno dei palazzi rasi al suolo dai missili iraniani, ha fatto la sua comparsa nel mercato di Rishon Letzion.

Nel quadro di una folla di sostenitori che urlavano a gran voce “Re Bibi”, l’attuale premier israeliano si è seduto su una sedia di plastica gustandosi dei falafel. Il tutto con un gran sorriso stampato sul viso e con indosso una camicia bianca – senza cravatta – una giacca scura e un paio di pantaloni chiari. É chiaro sia già in tenuta da campagna elettorale, con un forte messaggio che traspare dalle sue azioni: il leader vicino al popolo.
Ma dietro tale narrazione, si cela un equilibrio sempre più fragile. Si parla del premier più longevo della storia – al potere per 14 degli ultimi 16 anni – che mai si è assunto la responsabilità per le scelte politiche che hanno condotto al 7 ottobre 2023, giorno in cui 1.200 israeliani hanno perso la vita per mano di Hamas.
Eppure, solo qualche tempo prima, il premier aveva autorizzato il trasferimento di milioni dollari ai fondamentalisti nell’illusione di poterli tenere a bada. Che si trattasse di un utopia, é stato confermato proprio la mattina di quel sabato nero, da cui ha avuto inizio il conflitto tutt’ora in corso.
Ora, l’83% degli israeliani ha supportato la decisione di bombardare le centrali nucleari iraniane, mentre il 75% ha sostenuto la fine del conflitto. Tale frammentazione é indice della stanchezza di un Paese che desidera solo chiudere il capitolo della guerra, ma non sa come uscirne.
La de-escalation risulta essere anche la richiesta avanzata dal presidente americano.
Ma, come evidenziato dal giornalista Yossi Verter, Netanyahu rimane fedele alla sua cara vecchia strategia: “Da una parte abbiamo ritrovato il vecchio Bibi: ha sempre tentato di finire le operazioni in fretta prima che si complicassero”. Ma senza mai risolvere davvero i problemi. E ora sono passati quasi due anni dall’inizio della guerra con Hamas: i palestinesi uccisi sono più di 55.000 e ancora 50 ostaggi sono nelle mani dei jihadisti. Il premier israeliano ha confessato che già a partire dal novembre scorso, i generali stavano studiando i piani per colpire i siti atomici. I commentatori si domandano perché Netanyahu non abbia tentato di raggiungere un’accordo finalizzato a rincasare i rapiti, chiudere il fronte con Hamas per poi concentrarsi sullo scontro con la Repubblica islamica.
La risposta? Gli alleati. Gi hanno permesso di giacere indisturbato sulla poltrona di primo ministro. A loro ha promesso di mantenere il controllo sulla Striscia e attuare il progetto promosso da Trump che prevede il trasferimento forzato di due milioni di abitanti, ipotesi che va oltre la legalità internazionale.
Tra questi, Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e pezzi del Likud di Netanyahu.
Ma i sondaggi non premiano: anche se il Likud risulta essere in testa, la coalizione finirebbe in minoranza. E, seppure le elezioni siano fissate per l’autunno 2026, Netanyahu potrebbe anticiparle intercettando gli umori. Anche se l’opposizione si ritrova ancora priva di una chiara strategia, un nome preoccupa il premier: Naftali Bennett, nientemeno che un ex alleato divenuto avversario e che ha fondato un nuovo partito. Potrebbe candidarsi con l’obiettivo di rovesciare Bibi.

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