Siamo agli inizi di luglio e, come è normale che sia, fa caldo, molto caldo. Da qualche anno però, quando scoppia la calura, gli abitanti dell’emisfero Nord della Terra devono vedersela con un nemico peggiore dell’afa: l’ecocatastrofismo, una paranoia collettiva che rende ancora più insopportabili i 40 gradi all’ombra (o giù di lì) che la gente patisce normalmente in questo periodo dell’anno.
Questa prima, torrida estate 2025 non fa davvero eccezione: ondate di ecoansia, originate dai media, si abbattono in questi giorni sulla nostra società, accrescendo ulteriormente il già elevato grado di nervosismo generale. Prendiamo ad esempio l’edizione odierna di due grandi siti di informazione, il “Corriere della Sera” e la “Repubblica”. Sulla home del primo campeggia il solito esperto intervistato (Antonello Pasini del Cnr), il quale ci avverte che «il Mediterraneo si è surriscaldato ed è ormai un pungiball climatico perché rilascia molto più vapore acqueo e calore». Sulla home del secondo quotidiano troviamo invece l’allarme dell’agenzia meteorologica dell’Onu: i cambiamenti climatici ci porteranno a vivere in «condizioni estreme».
Poveri noi e poveri soprattutto i soggetti più suggestionabili, che vedranno la loro condizione psicologica aggravarsi ulteriormente all’apprendere che non c’è niente da fare, che andrà sempre peggio e che, se le cose così vanno così male, è anche un po’ colpa loro, a causa di tutte le volte che hanno abusato nell’uso dell’automobile o hanno tenuto accesi a lungo i riscaldamenti d’inverno.
È difficile fare una statistica in merito, però l’ecocatastrofismo di questo periodo, quell’atmosfera cupa e angosciante che tale paranoia contribuisce a diffondere nella società, sicuramente avranno la loro incidenza nell’insorgere di malattie nervose, depressioni, stati di panico, se non addirittura nell’aumento dell’aggressività sociale. Tutte cose che, certo, non si possono misurare, ma che ci sono suggerite dal buon senso. E che comunque esistono, perché le percepiamo in giro e le vediamo riflesse nel comportamento dei nostri simili.
Ciò che più infastidisce nell’ecocatastrofismo indotto dai media è che si tratta di una pratica strumentale, un mezzo di persuasione di massa, una tecnica mediatica volta a legittimare le svolte “green” decise a livello globale.
Già lo sapevamo, è vero. Però, in questi giorni di sofferenza per il caldo, certe pratiche diventano a dir poco intollerabili. Per dirne una: dopo averci avvertito della catastrofica previsione dell’Onu, la “Repubblica” ci informa che la Ue va «verso la flessibilità del target climatico per gli Stati», cioè verso l’allentamento delle restrizioni “green”, una linea che, evidentemente, non è gradita al giornale diretto da Mario Orfeo. Si tratta o no di una inammissibile forma di speculazione politica?
Poi nessuno nega il grande problema dei mutamenti climatici, che deve certo essere affrontato con politiche lungimiranti. Però, un conto è l’opera di sensibilizzazione generale, un altro conto è la diffusione di un’ideologia regressista, a tutto vantaggio dei nuovi potentati economici e politici in formazione. Ogni volta che ascoltiamo certi, foschi annunci, dobbiamo sempre ricordare che anche il “green” è potere.
I non più giovanissimi ricorderanno certamente la torrida estate del 2003. Si disse allora che erano secoli che l’Europa non soffriva tanto caldo. Nessuno ha mai potuto verificare l’esattezza di un simile dato, però ripensare oggi a quell’estate bollente ci può essere di sicuro conforto. Se siamo sopravvissuti 22 anni fa, sopravviveremo anche oggi: precauzioni e rimedi sono sempre gli stessi.
Quello che è legittimo chiedere ora è solo la possibilità di cercare in santa pace il fresco tra ventilatori, condizionatori e bottigliette di acqua, senza doverci sorbire le solite, cupe previsioni (interessate) dei soliti uccelli del malaugurio. Buon refrigerio a tutti.


