Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, s’è infilato in questi giorni nell’ennesima polemica. I bersagli questa volta sono il “Corriere della Sera” ed Ernesto Galli della Loggia. È una querelle a suo modo emblematica, perché rivela le nevrosi che la destra di governo non riesce ancora a superare. Nonostante sia al governo.
Ma ricostruiamo brevemente i fatti. Giuli ha accusato il quotidiano di via Solferino di censura nei suoi confronti perché non ha pubblicato una intervista realizzata con lui domenica mattina. Dal quotidiano milanese hanno replicato affermando che tale intervista non è uscita perché il ministro aveva pronunciato «insulti» e «falsità» nei confronti di Galli della Loggia. Il caso ha infatti voluto che, proprio quel giorno, il “Corriere” ha pubblicato un editoriale del professor Galli della Loggia contenente alcune critiche alla politica culturale della destra. Secondo il “Corriere”, il ministro aveva accusato l’intellettuale editorialista di ricevere «incarichi di lusso» nonché di essere un «perditempo» e un «cameriere». Giuli ha controreplicato affermando di aver accettato di togliere certe espressioni dopo la «supplica», a suo dire, del “Corriere”.
Al di là di espressioni forti e di ruvidezze caratteriali, non c’è dubbio che il quotidiano di via Solferino abbia sbagliato a non pubblicare l’intervista con il ministro: ammenoché non ci sia il rischio di querele, non è bello e non è deontologico quando un giornale non pubblica un articolo con le dichiarazioni di qualcuno, soprattutto quando è stato il giornale stesso a sollecitare l’intervista.
Detto questo, la polemica tra Giuli e il “Corriere della Sera” va ben al di là del fatto in sé e del rapporto tra il quotidiano milanese e il ministro della Cultura. E ciò perché rimanda, più in generale, al modo in cui gli attuali dirigenti della destra intendono la politica culturale, oltre a rivelare l’abitudine (sbagliata) di molti esponenti della destra stessa di mettersi sulla difensiva ogni volta che ricevono critiche da parte di intellettuali o giornalisti.
Nella fattispecie, va detto che l’articolo dell’editorialista del “Corriere” non era né velenoso né prevenuto. Era solo una sollecitazione a inventare qualcosa di nuovo, oltre la quotidiana polemica sull’”amichettismo” e sul “contro-amichettismo”. Ecco gli esempi proposti da Galli della Loggia di cose che si potrebbero fare: «Un’iniziativa museale nuova e di prestigio, o magari, viste le nostre tradizioni, qualcosa di peso e di generosamente finanziato nel campo della musica o del teatro musicale, o ancora: dar vita, ad esempio, in qualche settore scientifico d’avanguardia a un istituto internazionale di ricerca importante, oppure insieme a un gruppo di Paesi africani immaginare un grande centro studi sul fenomeno migratorio».
Di qui la precisazione del concetto di egemonia culturale, che è un po’ una delle ossessioni della destra da quando è al governo. «Egemonia – sostiene l’editorialista del “Corriere” – non vuol dire avere una lista di posti a disposizione e cominciare a riempirli sostituendo gli amichetti degli altri con i propri, all’insegna del fatidico “levati tu che mi ci metto io”. Tutto comincia sempre dalle idee. Deve cominciare da qui. Specialmente se, come la destra è costretta a fare, si parte in svantaggio e dovendo, diciamo così, rimontare».
Invece di polemizzare con chi gli dava questi suggerimenti, il ministro avrebbe fatto bene a rispondere sul perché, finora, non è stato messo in cantiere nulla del genere o eventualmente ad anticipare qualche nuova iniziativa. Oppure ancora a indicare, se proprio non c’è niente in vista, quali settori meriterebbero di essere valorizzati con progetti di alto profilo.
Al di là dell’attitudine per la polemica (probabilmente di origine caratteriale) che Giuli ha finora messo in mostra, le invettive lanciate contro Galli della Loggia sono in realtà espressione dei riflessi pavloviani e delle coazioni a ripetere da cui il mondo di destra non sì è ancora liberato. Il ministro ha risposto così perché al pubblico di destra piace così. Il Premio Strega? È un “santuario” della sinistra. E allora ci sta bene disertare la serata finale alzando un polverone mediatico. E via con gli applausi e con i “like” sui social. Laddove invece sarebbe preferibile lavorare a iniziative per valorizzare una nuova generazione di scrittori italiani. Ma, come si suol dire, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce.
Ecco, la questione dell’egemonia culturale si riduce di fatto, per la destra, al solito piagnisteo e al tentativo di “marcare” nomi e iniziative. Il rischio è quello di una scimmiottatura della vecchia egemonia della sinistra, quella vera e tragica. Parafrasando Joseph de Maistre, ci senteremmo di consigliare alla destra di governo di non fare quello che faceva la sinistra con il segno contrario, ma di fare il contrario di quello che faceva la sinistra.



