Borsellino, 33 anni dopo la strage: una verità ancora da scrivere

sabato, 19 Luglio 2025
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Sono trascorsi 33 anni dalla strage di Via D’Amelio in cui il magistrato siciliano Paolo Borsellino é stato ucciso.
L’attentato é avvenuto a soli 57 giorni di distanza dalla strage di Capaci in cui a perdere la vita é stato il collega, Giovanni Falcone.
Si tratta delle due personalità che più di ogni altra hanno dato la vita per la lotta contro Cosa Nostra, portando alla condanna di molti esponenti di primo piano dell’organizzazione criminale. Due uomini ancora oggi simbolo della battaglia contro la mafia che li ha resi martiri della giustizia.

Il 19 luglio 1992, Paolo Borsellino si era recato dalla madre con i suoi agenti della scorta – Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina. Ad attenderli, però, vi erano 50 chili di tritolo nascosti e piazzati all’interno di una vecchia Fiat 126 rubata.
L’autobomba, parcheggiata dinanzi al civico 21, é esplosa alle ore 16:58, nel momento esatto in cui Borsellino ha citofonato alla madre.
L’onda d’urto ha distrutto tutto nel raggio di 150 metri. I corpi di Borsellino e della scorta sono stati dilaniati e almeno trenta auto sono state ridotte a carcasse. I palazzi hanno tremato e le vetrate lungo la strada sono andate in frantumi.

“La lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi”.
Così si é pronunciato il giudice Antonino Caponnetto il 24 luglio del ‘92 al funerale del magistrato siculo. Una frase che resta ben scolpita nella memoria collettiva.
Ma la strage rimane una ferita aperta, non solo dal punto di vista emotivo, ma anche giudiziario. Non sono passati solo 33 anni dalla morte do Borsellino, ma anche anche 33 anni di silenzi, depistaggi e misteri irrisolti.
Tante delle indagini svolte si sono ben presto rivelate totalmente errate e non é ancora chiaro se sia stata una scelta intenzionale o mera superficialità da parte di chi le ha coordinate.
Tra gli aspetti non chiari emerge la celebre “agenda rossa”. Si tratta del taccuino personale del magistrato, in cui lo stesso annotava piste investigative, riflessioni e nomi.
La figlia, Lucia Borsellino, ha sempre affermato di ricordarsi perfettamente di aver visto il padre metterla nella borsa quella mattina.
Ma quando la valigetta é stata recuperata e affidata al dirigente della squadra mobile, Arnaldo La  Barbera, dell’agenda non c’è stata più traccia. Per la procura di Caltanissetta l’agenda rappresentava un elemento chiave per ricomporre il mosaico della verità. Avrebbe certamente potuto mettere a posto i tasselli mancanti del quadro investigativo.
Insomma, le inchieste condotte sulla strage sono state connotate da innumerevoli depistaggi mischiati a dichiarazioni false e omissioni. Il cosiddetto “depistaggio di Stato” – così definito nella sentenza del processo Borsellino Quater – ha sollevato pesanti interrogativi che risuonano tutt’oggi. Le mezze verità spingono molti a non accontentarsi delle ricostruzioni ufficiali.
Sono stati cinque i processi svolti a Caltanissetta per la strage di via D’Amelio, fino ad oggi.
Nel 2021 la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva due boss palermitani, Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, e a condanne più lievi due finti pentiti.
Alcuni dei poliziotti della squadra mobile di Arnaldo La Barbera sono stati processati per favoreggiamento ma nel 2024 tre agenti sono stati prosciolti dalla Corte d’appello di Caltanissetta per prescrizione.
Oggi é in corso un processo per altri quattro componenti della squadra “Falcone-Borsellino”.
Intanto, risulta attiva la commissione parlamentare antimafia, guidata da Chiara Colosimo, che ha avviato una serie di audizioni per ripercorrere ed esplorare piste alternative sulla strage.
A rendere il quadro ancora più inquietante sono le presunte connessioni con ambienti massonici.
La procura sta proseguendo gli interrogatori, coinvolgendo anche figure di vertice, per verificare se le logge abbiano agito come canale occultato al fine di pilotare indagini e favorire insabbiamenti.
É tornata inoltre ad essere considerata anche la “pista nera” nonché una possibile sinergia tra mafiosi e neofascisti che potrebbe essere stata più stretta di quanto ipotizzato finora, nell’ambito di un disegno eversivo più vasto.

In occasione dell’anniversario della morte del magistrato Borsellino, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dichiarato: “La strage di via D’Amelio ha impresso un segno indelebile nella storia italiana. La morte di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta – Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina – voluta dalla mafia per piegare le istituzioni democratiche, a meno di due mesi dall’attentato di Capaci, intendeva proseguire, in modo eversivo, il disegno della intimidazione e della paura.
La democrazia è stata più forte. Gli assassini e i loro mandanti sono stati sconfitti e condannati. In questo giorno di memoria, la commozione per le vite crudelmente spezzate e la vicinanza ai familiari delle vittime restano intense come trentatré anni or sono. Il senso di riconoscenza verso quei servitori dello Stato che, con dedizione e sacrificio hanno combattuto il cancro mafioso, difendendo libertà e legalità, consentendo alla società di reagire, è imperituro. Le vite di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone sono testimonianza e simbolo della dedizione dei magistrati alla causa della giustizia. Borsellino non si tirò indietro dal proprio lavoro dopo la strage di Capaci. Continuò ad andare avanti. Onorare la sua memoria vuol dire seguire la sua lezione di dignità e legalità e far sì che il suo messaggio raggiunga le generazioni più giovani”.
Anche la Premier Giorgia Meloni si é espressa in proposito sulla piattaforma X: “A 33 anni dalla strage di via D’Amelio ricordiamo Paolo Borsellino, un uomo che ha sacrificato la sua vita per la verità, per la giustizia, per l’Italia”.
Questa mattina, il sindaco di Palermo Roberto Lagalla ha preso parte alla cerimonia per l’anniversario della strage, svoltasi presso la caserma Lungaro: “A 33 anni dalla strage di via D’Amelio Palermo non dimentica e chiede verità. Non possiamo rassegnarci a una memoria parziale perché non può esserci giustizia senza una piena conoscenza dei fatti, alcuni ancora oggi coperti da ombre e silenzi. Lo dobbiamo al giudice Paolo Borsellino, alla sua integrità e al suo sacrificio, unito a quello degli agenti della sua scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, caduti per mano mafiosa il 19 luglio 1992”, ha detto il sindaco.

Oggi l’Italia ricorda. Ma non basta. Bisogna continuare a cercare in nome di chi, oggi, non ha più l’opportunità di farlo. Ciò affinché la morte di Paolo Borsellino non vada “in prescrizione”, non venga relegata a una tragica pagina del passato da archiviare. Piuttosto, una lezione ancora attuale di coraggio e senso di giustizia. Una responsabilità ancora viva.

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