Bologna, perché chiamarla strage fascista? La verità è più inquietante…

domenica, 3 Agosto 2025
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Anniversario della strage di Bologna, siamo alle solite. Anche quest’anno è polemica politica. La “querelle” verte sempre sullo stesso punto, da decenni ormai: l’assenza, nelle dichiarazioni degli esponenti della destra, del termine “fascista”. Per alcuni è una sfumatura. Per la sinistra no, è un fatto sostanziale.

Cerchiamo di capirci qualcosa partendo dalle dichiarazioni di quest’anno. A dare fuoco alle polveri è direttamente la segretaria del Pd Elly Schlein, la quale accusa la premier Giorgia Meloni di limitarsi a definire una «pagina buia» l’eccidio di 45 anni fa. E no, Giorgia non se la può cavare così, -incalza Elly – deve pronunciare le fatidiche due parole, «strage fascista». «La sentenza che condanna Paolo Bellini -tuona la segretaria dem – ha scritto sul marmo che c’è stata una matrice neofascista con la collaborazione della Loggia massonica P2 e di apparati deviati dello Stato. Nemmeno davanti a quella sentenza definitiva, il governo è riuscito a pronunciare queste parole». Perdindirindina, direbbe Totò.

Allora, benedetti dirigenti di FdI, perché non vi decidete a richiamare il “mostro” del fascismo, così la facciamo finita? Diciamo che la Meloni e i suoi non intendono dare soddisfazione ai loro avversari e tengono il punto. E poi c’è la solita strumentalizzazione politico-ideologica. Ieri, per dirne una, il presidente uscente dell’associazione familiari delle vittime, Mauro Bolognesi, l’ha sparata veramente grossa, affermando che tutti gli stragisti della storia recente sono passati per il Msi. Quindi, per l’ardente Bolognesi, la leader di FdI e tutta la destra, se vogliono essere accettati nei salotti della sinistra, dovrebbero dare fuoco alle loro radici. Roba da matti. Finché la questione starà in questi termini, è evidente che la ricorrenza della strage segnerà sempre un punto di divisione tra gli schieramenti.

Il problema però va ben oltre la polemica politica, perché ci sono ragioni serie e profonde per mettere in dubbio che, quella di Bologna, la si possa effettivamente definire una strage fascista. Chiariamo subito una cosa: non intendiamo con questo rivalutare la pista alternativa a quella fascista, cioè la pista palestinese. Il discorso sarebbe lungo e meriterebbe una trattazione apposita.

No, atteniamoci alle sentenze. Anche in questo caso la definizione di “strage fascista”, se ci riflettiamo un po’ su, appare forzata. E questo lo diciamo al netto della considerazione che gli elementi di accusa nei confronti di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini appaiono fragili (anche qui ci sarebbe bisogno di una trattazione a parte).

La domanda a cui nessuno finora ha risposto è questa: se la strage è “fascista”, quale ne sarebbe allora la finalità politico-eversiva? Forse un golpe? Forse lo spostamento a destra dell’asse politico italiano? La prima ipotesi è palesemente inverosimile. La seconda infondata, perché la verità storica ci dice che, nel 1980, gli equilibri del Paese si erano già spostati a destra e gli eventuali “eversori” non avevano bisogno di alcun colpo di mano. Tale spostamento era avvenuto con il congresso della Dc di quell’anno (ricordato per il documento chiamato “Preambolo”), assise che si erano concluse con la liquidazione dell’eredità morotea del compromesso storico.  Lo Scudocrociato si dirigeva nuovamente verso il centro e inaugurava la lunga stagione del pentapartito, con i comunisti di nuovo all’opposizione.

In ogni caso, anche da un punto di vista logico, appare del tutto inverosimile che Licio Gelli e la P2 (indicati nelle sentenze come mandanti) abbiano seguito le finalità politiche di un gruppo di estremisti di destra ventenni.

E allora, se la strage di Bologna non è fascista, che tipo di strage è? Chi l’ha ispirata? Chi l’ha voluta? E, soprattutto, perché è avvenuta? Le risposte stanno probabilmente fuori d’Italia. E si tratta di risposte inquietanti. Va infatti prendendo sempre più piede l’ipotesi che la strage del 2 agosto sia collegata a quella di Ustica, avvenuta 36 giorni prima.

Per capire perché bisogna innanzi tutto ricostruire il clima internazionale di quel tragico 1980. Era un periodo torbido e delicato. Gli equilibri stavano per cambiare, pericolosamente.  Non per niente eravamo alla vigilia  (anche se nessuno all’epoca poteva ovviamente saperlo) dell’ultimo, cruciale decennio della guerra fredda. Stava per scoppiare la questione degli euromissili americani, da schierare in risposta agli SS-20 sovietici, che erano puntati contro le capitali dell’Europa occidentale.  E poi c’era la questione mediorientale: Muhammar Gheddafi finanziava i terroristi palestinesi ma faceva affari con i nostri governi. Il nostro Paese era determinante negli equilibri geostrategici Est-Ovest e nel Mediterraneo. Ma rimaneva un osservato speciale per l’autonomia che s’era ritagliato in politica estera e in quella energetica.

In questo clima incandescente avviene la tragedia di Ustica. È il 27 giugno. La versione ufficiale della scomparsa dell’aereo dell’Itavia, il “cedimento strutturale”, non convince nessuno e comincia l’assedio di stampa e opinione pubblica a governo e vertici dell’aeronautica. Che è successo veramente nei cieli di Ustica? Spariscono i tracciati radar. La verità che emergerà con gli anni è terribile: il velivolo civile italiano è stato abbattuto per errore da un aereo occidentale, presumibilmente francese, nel corso di una battaglia aerea scatenata dai caccia Nato per colpire il velivolo su cui viaggiava Gheddafi (il nostro governo aveva un accordo segreto con il dittatore libico per farlo viaggiare sulla scia delle rotte civili). Immaginatevi un po’ che cataclisma internazionale si sarebbe scatenato se questa orrenda verità fosse emersa in quelle delicate settimane.

Nel corso di luglio la pressione dell’opinione pubblica non si attenua. I vertici Nato sono in difficoltà. Ecco che il 2 agosto scoppia la bomba a Bologna. È una strage tremenda, la più sanguinosa mai accaduta in Italia in tempo di pace (si fa per dire). L’Italia intera è scossa e inorridita. E… dimentica Ustica. I vertici Nato respirano: ora l’opinione pubblica si concentra sulla caccia ai fascisti. I mesi che seguiranno saranno particolarmente duri per l’estrema destra: perquisizioni e arresti si susseguono a non finire. E la verità su Ustica? Da quel momento può aspettare. Ora ci sono i comodi mostri neofascisti. Che fanno comodo anche oggi.

Vale la pena riferire, a chiosa di questo discorso, un fatto singolare, pressoché ignorato da tutti. Un parlamentare di Democrazia proletaria (estrema sinistra), di nome Luigi Cipriani, durante una seduta della Commissione Parlamentare Stragi del 1987-92, si rivolse all’allora capo dello Stato, Francesco Cossiga, proponendogli di togliere l’espressione “strage fascista” dalla lapide a ricordo dell’eccidio di Bologna. Sì, avete letto bene. Ecco cosa disse l’esponente di Dp: «Signor presidente, da quella lapide dobbiamo togliere le parole “strage fascista”, perché ciò fa parte del depistaggio operato sulla strage di Bologna, diversa dalle altre stragi – e ha molto più a che fare con Ustica e con i rapporti tra Italia, Francia e Stati Uniti, i servizi occidentali e le strutture segrete. Dire che sono stati Fioravanti e compagni è depistaggio, bisogna scrivere “strage di Stato”». Così il parlamentare di estrema sinistra concluse il suo discorso: «Tutto il dibattito politico, l’informazione, la magistratura, i servizi vennero impegnati su questo fronte e Ustica cadde nell’oblio».

L’onorevole Cipriani morì pochi mesi dopo aver svolto questo intervento in Commissione. Aveva solo 52 anni.

 

 

 

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