Trentamila. È il numero di droni che la Russia riesce a produrre ogni anno. Trentamila ordigni volanti pronti a colpire, non solo sul fronte ucraino ma sempre più vicini ai confini europei. Non è propaganda: sabato un drone russo ha sconfinato in Romania, dopo i precedenti in Polonia. Bucarest ha convocato l’ambasciatore di Mosca e minaccia di portare il caso all’Onu. Ma intanto la paura cresce, e non senza motivo: il porto di Costanza è ormai cruciale per il grano ucraino, e la base di Mihail Kogălniceanu, destinata a diventare la più grande d’Europa entro il 2040, è un bersaglio designato.
Il Cremlino non lo nasconde: «La Nato è di fatto in guerra con la Russia», ha dichiarato poche ore fa il portavoce Peskov. Traduzione: Mosca considera legittimo colpire anche oltre i confini ucraini. I segnali sono chiari, e chi finge di non vederli dimostra di non voler affrontare la realtà. Andrius Kubilius, commissario europeo alla Difesa, è esplicito e non teme di gettare benzina sul fuoco: «Putin è la minaccia numero uno per l’Europa» e secondo le intelligence sarà pronto a testare l’articolo 5 della Nato «entro tre o quattro anni». Non un secolo, non un’ipotesi astratta: tre anni.
E noi? L’Europa discute, rallenta, si divide come al solito. Certo, la Romania aumenta le spese militari fino al 2,5% del Pil, la Polonia arruola come non mai, i Baltici chiedono uno scudo anti-droni. Ma la verità è che siamo ancora lontani da un sistema di difesa credibile. «Gli ucraini abbattono il 90% dei droni, noi no», avverte Kubilius. E se non costruiamo subito un “muro anti-droni” sul confine orientale, rischiamo di fare la fine di chi guarda arrivare il temporale sperando che piova da un’altra parte. La Nato ha stimato che servirebbero almeno 50 miliardi di euro l’anno per rendere solida la difesa aerea europea: oggi i contributi messi in campo dagli Stati membri coprono meno della metà.
Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump gioca alla roulette geopolitica: un giorno twitta la sua stima per Putin, il giorno dopo minaccia “sanzioni totali”, salvo dimenticarsene subito. L’Europa, già divisa, si ritrova appesa agli sbalzi d’umore di un presidente americano che solo su un punto è stato chiaro finora: l’Europa non è, da nessun punto di vista, un partner privilegiato.
La realtà è più dura delle illusioni. In una sola notte, Mosca ha inviato 805 droni in Ucraina: anche abbattendone il 92% (e farlo costa tanti, tanti soldi), 63 hanno superato lo scudo colpendo scuole, condomini, centrali energetiche. È la dimostrazione plastica che basta una minima percentuale di successo per seminare terrore. E pensare che in Russia il settore droni è ormai industriale, con studenti e operai arruolati nella produzione e l’aiuto di Iran e Cina. Secondo gli analisti, entro il 2026 Mosca potrebbe raddoppiare la produzione, arrivando a 60 mila unità annue: un ritmo che l’industria europea non riesce neanche a eguagliare nella fase di ricerca.
In questo scenario, l’Europa non può più limitarsi a “convocare ambasciatori” o a promettere pacchetti di sanzioni che arrivano sempre in ritardo. Non bastano i comunicati indignati né le frasi fatte: la posta in gioco riguarda ormai la capacità di difendere infrastrutture strategiche, di garantire autonomia tecnologica e di non dipendere da soluzioni esterne come Starlink.
Il vecchio detto latino resta valido: si vis pacem, para bellum. Solo che stavolta il tempo stringe: non parliamo di decenni, ma di pochi anni. È il ritmo serrato degli eventi, non la retorica, a imporre un cambio di passo.
Trentamila droni e un confine di fuoco: l’Europa davanti alla guerra che non vuole vedere



