‘Cara madre, ho fatto un progetto per costruire una cosa a forma di cavallo, con all’interno un motore a vapore progettato per muovere un grandissimo paio d’ali. Queste sono fissate all’esterno del cavallo, in modo tale da trasportarlo in aria, con una persona seduta sul suo dorso’.
La progettista di questa tolkieniana macchina volante ha dodici anni. Oggi la celebriamo per essere stata, in qualche modo, la madre dell’informatica. Ma al tempo del cavallo alato ci troviamo nell’Inghilterra vittoriana del 1827 e lei si chiama ancora Ada Byron. Ci vorranno circa 200 anni perché un vero prototipo di aereo prenda il volo (nel 1903, il famoso ‘Wright Flyer’ dei fratelli Wright).
Bypassiamo l’indiscusso genio del nostro Leonardo, perché in questo caso sognò in piccolo, prefigurando qualcosa che più che a un aereo si avvicinava a un elicottero. E comunque né il Genio né la Bambina ebbero mai il piacere di vederli decollare, i loro favolosi oggetti volanti.
Ada nonostante la giovane età, solitamente sbadata, ci si era applicata con rara diligenza. Indicò con precisione materiali e strumenti : carta, seta e piume per le ali. Vapore come energìa propulsiva e bussola per l’orientamento.
Non trascurò la parte teorica: una guida amorevolmente redatta che chiamò ‘Flyology’. ‘Volologìa’, potremmo arditamente tradurre. La madre, Lady Annabelle Milbanke, inorridì. I precoci parti Sci-fi della figlia le parvero pericolosamente immaginifici. ‘Byroniani’, per così dire. E per lei il nome di Byron, suo ex marito, sprigionava vapori sulfurei. Lo zolfo, si sa, è l’Eau-de-parfum prediletta di Messer Belzebù. Aura analoga circondava il bel ritratto di lui, che Ada piccola sarebbe stata tanto curiosa di vedere, ma non poteva perché completamente avviluppato da un funereo drappo nero.
Niente da fare, quindi, per il bel cavallo con ali di piume. Bocciato. Alla fanciullina la genitrice intimò un pronto rientro nei rassicuranti recinti della matematica, della logica e delle scienze esatte. Nei quali, per sua fortuna, Ada navigava a suo bell’agio, con talento da surfista.
Ma chi era, questa intollerante madre, questa Lady Milbanke ‘in Byron’? Giovane, ereditiera, non particolarmente bella, grande rigore morale, autoritaria. Segni particolari: tanto brava in matematica. Nonché in geometria e in logica. Si dimostrò anche assai versata, come quasi tutte le donne, nell’arte di rovinarsi la vita con l’uomo più distopico (rispetto a lei) che le riuscì d’incrociare: il vezzeggiatissimo poeta Lord Byron. Maestro nell’arte di sconvolgere e ammaliare i salotti letterari londinesi e le emotive signore che li frequentavano. Sinceramente blasé – dopo breve tempo tutto e tutte lo annoiavano, doveva sempre fuggire, farsi maledire, inseguire, rimpiangere – era diventato in un lampo il supremo animale mondano che tutti volevano catturare.
Il matrimonio con la Milbanke – una perfetta catastrofe per entrambi – durò un anno. Giusto il tempo di sfornare la bella bimba di cui sopra, che lui volle chiamare Augusta Ada. Furono mesi funesti, per la coppia. Byron, incauto nella gestione del suo patrimonio nient’affatto cospicuo, si trovò infognato in una tetra vicenda debitoria. Si mise a bere, inveì contro la moglie, da cui aveva sperato, seguendo i buoni consigli dell’ amata sorellastra Augusta, maggior sostegno finanziario. Lady Milbanke, del tutto impreparata a questi amari risvolti della vita e per di più incinta, reagì con paralizzato sgomento. Si convinse d’aver di fronte uno squilibrato, e se la prese con un innocente: la Poesia. Peggio: con le arti tutte.
In quei mondi pericolosi, dove l’immaginazione e il sovrarazionale dominano, non succede mai (per fortuna delle arti!) che la linea retta sia la più breve tra due punti. Per un poeta ciò risulterebbe piuttosto deprimente, diciamolo. Limitante, risibile. Ed è proprio così che il tormentato Byron percepì sua moglie. ‘Principessa dei parallelogrammi’, la chiamava.
Sulle sue labbra accese e sensuali non doveva suonare come un gran complimento La geometrica consorte, di rimando, lo demonizzò. Sorretta dai genitori, chiese la separazione. Nello stesso momento, per una maligna congiunzione di pianeti, anche l’intera società letteraria inglese ripudiava l’incauto Lord. Per quattro anni lo aveva innalzato ai sommi altari dellapoetica gloria, che l’alone del Grande Seduttore rendeva irresistibili. Erano i tempi in cui Napoleone Bonaparte, questo impareggiabile goleador dei campi di battaglia, mieteva successi l’uno dopo l’altro. E poiché il giovane Byron faceva lo stesso coi suoi poemetti, i salotti l’avevano ribattezzato ‘il gran Napoleone dei reami della rima’.
Ma era venuto il giorno in cui l’ipocrita, timorata Inghilterra si rese conto che le intemperanze sessuali del poeta non rientravano affatto nel repertorio (consentito) delle boutades osées da salotto. Coraggioso, e nel fondo onesto, lui non nascose affatto d’amare di tutto corpo e di tutto cuore sia le femmine che i maschi. Forse più i secondi, che le prime. La Patria inorridì, si fece il segno della croce (anglicana), e lo scomunicò all’istante. Lui la detestò, la maledisse e salpò per il continente. Senza mai più rivedere le bianche scogliere di Dover.
Qualche lettera fu comunque scambiata tra Byron e l’ex moglie a proposito della piccola Ada. In una leggiamo ‘… Sono d’accordo con te sullo studio della matematica, e devo accontentarmi di amare Ada a una distanza per me incomprensibile, aggiungendola ogni volta al catalogo dei miei rimpianti. So che due e due fanno quattro e sarei anche lieto di dimostrarlo se ne fossi in grado…ma devo ammettere che se con qualche procedimento potessi convertire due e due in cinque la cosa mi darebbe molto più piacere’. Appunto. La poesia non conosce le buone maniere del pensiero analitico. Ma ricordiamo che dove Nulla è certo, è altamente possibile imbattersi nel Tutto.
Ignara d’essere figlia d’una così marcata antitesi, la piccola Ada cresceva come meglio poteva nella scientifica e solitaria gabbia in cui la madre l’aveva precocemente rinchiusa. Di temperamento ardente e fiducioso, la bimba sopravvisse coraggiosamente alla desolante anaffettività di Lady Milbanke, che parlando di lei alla nonna usava il pronome neutro ‘it’ (la Cosa). Sopravvisse anche a una perniciosa grandinata di malattie invalidanti che le tormentarono l’infanzia. Era indubbiamente dotata di forte resilienza, diremmo oggi. Seduta o sdraiata, non smise mai di studiare, sotto la guida degli insegnanti di primordine che l’instancabile genitrice le procurava. E che, a differenza della Milbanke, l’amavano.
Fu attraverso una di questi, Mary Sommerville, celebre astronoma e matematica scozzese, che nel 1833 incontrò il vero ‘uomo della sua vita’. Non il marito, Lord Lovelace, che sposò due anni dopo. Né gli altri suoi amori successivi, né il padre segretamente tanto desiderato e mai toccato, che morì lontano da lei ( non ancora decenne), combattendo a fianco degli insortiGreci. Tanto fieramente romantico quanto profondamente assente, questo malioso genitore. No, il vero uomo della sua vita fu Charles Babbage.
Nato 24 anni prima di lei, Babbage era un’originale figura di matematico – inventore – visionario, di spinoso carattere, come quasi tutti gli scienziati con testa e volontà ostinatamente conficcate nel futuro. E che a causa di questa fertile anomalìa risultano particolarmente indigesti ai loro contemporanei
Lo incontrò durante un evento scientifico/mondano presso la Royal Astronomical Society. Lo aveva organizzato la Sommerville, per permettere a Babbage di presentare la sua ( allora) fantascientifica macchina differenziale. Che, diciamolo subito, a parte una sua minima parte ‘visibile’ era solo un complicato progetto. In sostanza, si trattava di un’enorme macchina calcolatrice che avrebbe permesso di eseguire in brevissimo tempo, e senza margini di errori, complessi calcoli astronomici e matematici. Gli ospiti, nonostante il loro rimarchevole pedigree cultural/cognitivo, non ci capirono una benemerita mazza. L’unica a rimaner folgorata fu proprio lei, la diciassettenne Ada. Ce ne ha lasciato testimonianza la moglie d’un altro insigne matematico, la signora De Morgan.
‘Tutti gli ospiti guardarono la macchina con la stessa espressione tra l’attonito e il divertito che i selvaggi mostrano quando gli presenti uno specchio. Ada , pur giovane com’era, capì il suo lavoro e vide la grande bellezza dell’invenzione’.
Stiamo parlando del formidabile incontro tra la donna che oggi, sinteticamente, chiamiamo ‘madre dell’informatica’ (scrisse il primo codice) e l’uomo che altrettanto sinteticamente definiamo ‘padre del computer’. Si annusarono, s’intesero e collaborarono ad alta intensità per tutta la vita. (Quella di lei, malauguratamente, fu breve). Lui la prese sotto le sue paterne ali, divenne suo mentore. e insieme suo adoratore. La poetica definizione di lei come ‘incantatrice di numeri’ la dobbiamo a Babbage.
All’arido matematico, insomma. Non al poetico Byron.
Pur sostenuta con un generoso fondo dal Governo inglese – dal 1823 al ’33 furono spese ben 17.000 sterline (pari al costo di 20 locomotive a vapore, sembra) – la macchina differenziale non riuscì a vedere la luce.
Il Governo si stancò, chiuse i cordoni della borsa. E possiamo anche capirlo.
Nel frattempo il deluso ma inesausto Babbage aveva partorito un progetto assi più complesso: la sua famosa ‘macchina analitica’. Snobbata in Inghilterra, che ormai riteneva Babbage geniale ma del tutto evanescente sul piano pratico, la macchina riscosse invece un salvifico e imprevedibile successo in Italia. A Torino. Al secondo Congresso degli scienziati italiani. Luigi Menabrea, un giovane ingegnere italiano – che in futuro fu anche primo ministro del Regno d’Italia – trovò assai interessante il poderoso progetto.
In sostanza, la macchina analitica era basata su un sistema input, cui si aggiungeva un sistema per l’elaborazione dei dati su un dispositivo chiamato Mill (mulino) e un sistema di output. Questo schema, più di un secolo dopo, verrà usato nei laboratori statunitensi per la creazione del primo computer. Menabrea pubblicò in francese, a Ginevra, una presentazione della rivoluzionaria invenzione. Babbage il francese non lo sapeva. Ada invece sì. Lui la pregò di tradurlo e lei – nel frattempo aveva incominciato un’intensa corrispondenza con Menabrea – non solo tradusse ma ampliò poderosamente lo scritto dell’italiano. Fu proprio in queste sue ‘Note’ aggiuntive, al famoso paragrafo G, che ideò il primo algoritmo per la macchina analitica, per farle calcolare i numeri di Bernoulli. Da qui l’aureola – più che meritata – di ‘prima programmatrice della storia’.
Moglie amata di un uomo intelligente, madre di tre figli in buona salute (e lei non ne aveva), oltre che di genialità era anche corredata di buon senso. Fu sicuramente grazie a questo che scrisse ‘La macchina analitica non ha pretesa di originare nulla. Può fare tutto ciò che noi sappiamo ordinarle di fare’.
Anche ucciderci tutti. Lo teme e lo grida non il primo mentecatto che vocifera per strada, o arringa dai più scalcinati canali di YouTube. Si chiama Eliezer Yudkowsky, e si trova in possesso di una bella testa etica, oltre che analitica. Ha 46 anni, è stato quello che ha ispirato Sam Altman a fondare Open AI. A quel tempo credeva in un’ Intelligenza artificiale amichevole. Se lo incontrate adesso vi dirà che c’è il 99,5% di probabilità che l’AI vi uccida.
Il suo rimedio? Bombardare i data center.
Un plauso all’eletta congerie di programmatori, addestratori e valutatori, nonché dei cortomiranti poteri forti, che a suon di bilioni hanno nutrito, coccolato, tenuta al caldo e ipertrofizzato quest’immane Serpe Malevola. Nell’inconsapevole seno della Terra.
Perché, ricordiamolo, la Macchina, da sola, non fa niente. Il mostro del Dottor Frankenstein non è autogenerato, né di per sé maligno o omicida. C’è sempre – e solo – un unico, perverso, diversamente intelligente, Ideatore e Mandante: L’UOMO.




Personaggio affascinante. Grazie per la dettagliata “foto” che ne ha fatto.
L’articolo finisce con un tocco sinistro che fa pensare. L’AI sta dando e darà sempre più spazio a controverse discussioni, più o meno cataclismatiche. Vedremo…