C’è un fronte della guerra in Ucraina che non fa rumore sui talk-show, ma che sta cambiando la natura stessa del conflitto: la vulnerabilità industriale della Russia. Per mesi l’attenzione si è concentrata sulle trincee del Donbass, sugli F-16 promessi a Kiev e sui droni iraniani impiegati da Mosca. Eppure, la partita decisiva si gioca altrove: nella capacità delle due parti di proteggere — o colpire — le fabbriche che alimentano la macchina bellica.
Gli ultimi attacchi lo dimostrano. A Pskov, 700 chilometri dal confine ucraino, droni hanno distrutto quattro aerei da trasporto Il-76, costringendo Mosca a ridistribuire la propria flotta. A Tuapse, sul Mar Nero, le esplosioni hanno fermato una raffineria vitale per il rifornimento di carburante. A Tula e Kursk sono stati colpiti impianti industriali e depositi di munizioni. Secondo il ministero della Difesa britannico, la Russia dispone di circa 1.300 stabilimenti legati alla difesa, che nel 2022 hanno aumentato la produzione di missili e munizioni del 40%. Una rete vasta, ma impossibile da blindare in un territorio che si estende per 17 milioni di chilometri quadrati.
Il problema per Mosca non è solo militare, ma anche economico. Un drone ucraino di ultima generazione costa in media 20-50 mila euro. Per abbatterlo, la Russia deve spesso ricorrere a missili terra-aria dal costo di 1-2 milioni di dollari. Nel 2024 la spesa russa per difesa e sicurezza interna ha toccato quota 11 trilioni di rubli, pari a oltre il 7% del PIL: un livello che ricorda i bilanci insostenibili dell’URSS negli anni Ottanta. Ogni attacco di Kiev logora più le casse del Cremlino che il bilancio occidentale che lo sostiene.
L’Ucraina, dal canto suo, ha ribaltato la propria debolezza industriale in un vantaggio strategico. Le principali linee produttive non sono più sul suo territorio, ma all’estero. I missili ATACMS arrivano dagli Stati Uniti (raggio 300 km), gli Storm Shadow/SCALP da Francia e Regno Unito (250 km), i droni Bayraktar TB2 dalla Turchia. Le catene logistiche che armano Kiev si trovano in paesi NATO: intoccabili per Mosca, a meno di non voler aprire la porta a una guerra diretta con l’Occidente.
Ecco dunque l’asimmetria: Mosca ha fabbriche vulnerabili e costose da difendere; Kiev dipende da una produzione esterna che la Russia non può colpire. È una dinamica simile a quella della Seconda guerra mondiale, quando i bombardamenti alleati sui siti tedeschi di carburante sintetico e cuscinetti a sfera piegarono la logistica del Reich. Solo che oggi i bombardieri sono stati sostituiti da droni a basso costo e la sproporzione nei costi è ancora più evidente.
Le prospettive sono tre. La Russia può accettare la vulnerabilità interna, rafforzando le difese aeree ma pagando un prezzo sempre più alto. Può alzare la soglia dello scontro, colpendo le linee di approvvigionamento in Polonia o Romania e rischiando un’escalation con la NATO. Oppure può accelerare nello sviluppo tecnologico, puntando su droni economici, cyberattacchi e guerra elettronica per riequilibrare la partita.
In questo quadro, l’inverno che si avvicina sarà un test decisivo. Non solo per i fronti in Ucraina, ma per la capacità della Russia di reggere una guerra industriale che logora le sue fondamenta economiche. Un conflitto che non si consuma solo nelle trincee, ma nelle fabbriche, nei bilanci e nelle strategie di lungo periodo.
Di questa guerra invisibile quasi nessuno parla. Eppure è qui, tra i capannoni industriali russi e le catene di montaggio occidentali, che si decide molto del futuro non solo di Mosca e Kiev, ma dell’equilibrio internazionale.



