Finis Terrae, il nuovo documentario su Alicudi. La regista Marzia Rumi: «Un modo di ripensare il valore della lentezza»

lunedì, 6 Ottobre 2025
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Paesaggi meravigliosi e fantasmi. Home restaurant e isolamento forzato. Alicudi è un’isola di forti contrasti. Il nuovo documentario della regista Marzia Rumi indaga questo luogo remoto nel Mar Tirreno, dove c’è chi ancora vive senza acqua corrente né elettricità. Cinquantadue minuti di pellicola che sono stati premiati come miglior documentario al Vision 2030 (festival del Cinema Sostenibile a Noto), al Corti di Mare e al Madonie Film Festival. Nonché ho ottenuto il diploma di merito al Festival del cinema Cefalù per “l’elevato valore artistico, etnografico e umano con cui restituisce allo spettatore un angolo remoto del Mediterraneo che resiste alla modernità, preservando una purezza ambientale, culturale e spirituale rara e preziosa”.

Perché si chiama così questo documentario e come è nato?

Si chiama Finis Terrae perché Alicudi è l’ultima delle isole Eolie. È in mare aperto e rappresenta quindi un finis terrae geografico e antropologico dell’era moderna.

La decisione di fare questo film è nata circa 5 anni fa, quando mi hanno raccontato di quest’isola magica e lontana che viveva ancora secondo dei ritmi circadiani. Un posto senza illuminazione pubblica né auto, solo con i muli come mezzo di trasporto e senza quindi nessun tipo di inquinamento atmosferico, acustico e sonoro.

Cosa hai scoperto una volta sull’isola?

Siamo arrivati con tantissime domande, perché eravamo curiosi di conoscere questo mondo. L’aspetto più interessante è il rapporto che l’uomo ha con la natura, che è un vero e proprio legame simbiotico, di equilibrio con l’uomo che la rispetta.

Cos’ha di unico quest’isola rispetto alle altre?

A differenza di quelle vicine, tipo Stromboli o Panarea, il fatto che non ha delle auto, che non ha delle strade asfaltate e soprattutto non ha il turismo di massa, cosa che cambia drasticamente l’aspetto dell’isola. Alicudi, forse inconsapevolmente, è sfuggita a un cambiamento irreversibile, soprattutto per la sua morfologia. Vive come in una bolla, lontano da tutto il resto del mondo.

Quali sono le criticità di vivere in un’isola del genere?

Vivere qui non è facile, sia per chi c’è nato sia per chi viene da fuori. Già solo il reperimento degli alimenti è complicato. C’è infatti una sola bottega e non è sempre rifornita, perché quando c’è maltempo le navi non riescono nemmeno ad attraccare e portare i prodotti. È un posto, quindi, che costringe ad adattarsi. Poi ci sono altre difficoltà, come gli scalini che bisogna percorrere per arrivare in cima (circa 1000 per giungere alla vetta). Quindi è faticosa, è stancante e potente, qui la natura ti ingloba. E spesso ti ritrovi a fare i conti con te stesso, perché non essendoci nulla, non essendoci grandi distrazioni, ti ritrovi a essere spesso in una condizione di isolamento.

Durante il film una ragazza dell’isola dice che si sente un po’ come in una gabbia. Qual è il rapporto tra i giovani e l’isola?

Premetto che l’isola può essere sicuramente un rifugio per chi ha bisogno di quiete, di tranquillità e di evasione rispetto alla città. Rappresenta uno stile di vita che si contrappone a quello delle grandi metropoli. Però per i giovani, che hanno grandi stimoli dall’esterno attraverso i social, può risultare una prigione naturale.

Come si sostiene chi vive lì tutto l’anno?

Come dice uno dei personaggi, si vive anche attraverso il barattolo. Questo significa che è una comunità funzionante e solida, in grado di autogestirsi. C’è chi pesca e scambia quello che ha con i frutti dell’orto di un altro. Una comunità, quindi, organizzata autonomamente senza nessun tipo di istituzioni o servizi. Poi ci sono anche quei lavori tipici delle isole, che possono essere il giro in barca oppure il ristrutturare quelle poche case che ci sono.

Questo progetto nasce un po’ come un “album cinematografico”, dove ci sono diversi capitoli che corrispondono ad altrettante canzoni. Come si sviluppa?

Sofia Albanese, che è musicista e autrice della colonna sonora del film, ha svolto un lavoro di ricerca e di raccolta di tutti i suoni e rumori dell’isola per poi rielaborarli e creare delle musiche ad hoc per ogni capitolo del film.

C’è anche un lato misterioso di Alicudi, durante il documentario si parla di fantasmi e apparizioni. Cosa c’è di vero?

Il confine tra finzione e realtà è sempre labile. Quello che si può dire è che Alicudi ha un fortissimo lato misterioso, diversi personaggi del film hanno avuto delle apparizioni di fantasmi o streghe. Come è potuto succedere? Potrebbero essere dei racconti che sono stati tramandati negli anni, ma anche delle vere e proprie apparizioni che loro hanno avuto e che noi abbiamo ascoltato con grandissima curiosità.

Perché hai voluto fare questo film?

È un documentario per ripensare il valore della lentezza, della sobrietà e della bellezza della semplicità. Mi auguro che possa essere un giusto confronto con la vita frenetica che viviamo tutti i giorni.

di Fabrizio De Feo

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