Pasta italiana nel mirino dei dazi USA: le interviste a Urso e Orsini | Video

martedì, 7 Ottobre 2025
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La nuova minaccia di dazi americani sulla pasta italiana, con aliquote che potrebbero arrivare fino al 107%, riapre un fronte delicato nei rapporti tra Roma, Bruxelles e Washington. La notizia dell’indagine fiscale avviata dagli Stati Uniti contro alcune aziende del comparto mette sotto pressione un settore simbolo del Made in Italy e costringe istituzioni e imprese a un fronte comune per evitare che l’ennesimo contenzioso commerciale diventi un colpo mortale per l’export agroalimentare.

Dazi su pasta italiana, le parole di Orsini

A margine dell’assemblea di Unindustria, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha messo subito in chiaro la questione: “Non possiamo vivere tutti i giorni nelle incertezze. Se siamo partner, bisogna fare i partner”. Le sue parole riflettono la frustrazione di un sistema industriale che, già appesantito dall’aumento dei costi energetici e dalla volatilità del cambio euro-dollaro, rischia ora di vedere compromessa la competitività internazionale proprio nei settori più riconosciuti a livello globale.

Orsini ha ricordato che, mediamente “I dazi imposti dagli Stati Uniti sui paesi coinvolti oscillano intorno al 12%, mentre per l’Europa la soglia è salita al 15%. Di quel 15%, l’Italia ha assorbito un incremento effettivo del 10,2%. Ma il vero pericolo è la svalutazione del dollaro: se arrivasse al 20%, il gap competitivo diventerebbe insostenibile”.

Il leader degli industriali insiste su una parola chiave: certezza. “Non è possibile – ha detto – che un giorno si parli di mobili, il giorno dopo di farmaceutica, poi di rame o alluminio. Le imprese hanno bisogno di stabilità e di regole chiare, non di guerre commerciali permanenti”. La richiesta al governo italiano e soprattutto all’Europa è quella di farsi valere con decisione, perché la concorrenza internazionale – dalla Spagna alla Germania fino alla Francia – investe con piani nazionali robusti, mentre in Italia si rischia di restare subfornitori senza trattenere valore aggiunto.

Le parole di Urso

Sul piano politico, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha raccolto l’appello, pur muovendosi con prudenza. Da un lato ha rivendicato il sostegno immediato arrivato dalla Commissione europea: “Ha accolto le nostre istanze e ha definito infondate le accuse di dumping mosse a carico dei pastai italiani”. Dall’altro ha ribadito che la competenza in materia commerciale è esclusivamente comunitaria: “Non si può scavalcare la Commissione, la si delegittimerebbe. È giusto procedere con fermezza attraverso Bruxelles”.

Il ministro, che da settimane spinge sul rilancio del piano Transizione 5.0 per l’innovazione delle imprese, sottolinea la necessità di liberare questo strumento dai vincoli europei e finanziarlo con risorse nazionali. Una posizione che si intreccia con le preoccupazioni di Confindustria: se l’Italia vuole reggere lo shock dei dazi e la competizione globale, deve puntare sulla crescita industriale interna e sulla neutralità tecnologica, senza imposizioni dall’alto.

Sul fronte internazionale, Urso evidenzia un aspetto politico non secondario: l’inedita convergenza con la Germania sulla revisione del Green Deal e sulla difesa della manifattura europea. Una saldatura che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe rafforzare il peso negoziale dell’Europa anche nelle dispute commerciali con Washington.

Il rischio sulla questione dei dazi sulla pasta italiana è duplice: che l’Italia si ritrovi schiacciata tra le politiche protezionistiche di Trump e i ritardi decisionali di Bruxelles, oppure che il caso della pasta apra la strada a nuove tensioni su altri comparti strategici, dall’agroalimentare al tessile. La sfida, per governo e imprese, sarà trasformare questa minaccia in un’occasione di rilancio, ponendo davvero l’industria “al centro” delle scelte politiche ed economiche, come chiedono Orsini e lo stesso Urso.

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