“Oggi ci si sposa più tardi, ma il sogno resta il sogno. Il mio debutto lo devo a Santo Versace e Caterina Balivo mi ha permesso di entrare nelle case degli italiani. Nel mio futuro, un marchio di nicchia”.
Gianni Molaro è tra gli stilisti più innovativi nel mondo della sposa e non solo poiché da alcuni anni ha lanciato anche la sua nuova linea di prêt-à–porter.
E’ stato definito il Profeta dell’Art Couture, ma anche lo stilista dei record. Ha realizzato infatti il velo da sposa più lungo del mondo (nel 1993 ben 326,70 mt), l’abito più costoso (nel 1997 con oltre 7 mila diamanti per un valore di ben 10 miliardi di vecchie lire) e l’abito più largo (nel 1994 con un diametro di 13 mt). Visionario, eclettico come pochi, è riuscito ad ammaliare anche il pubblico tv divenendo in poco tempo la punta di diamante della trasmissione Detto Fatto su Rai2. Le sue creazioni non lasciano mai indifferenti il pubblico, i suoi show emozionano: tripudi di arte, moda e spettacolo. Da oltre trent’anni è un punto di riferimento nel settore bridal con i suoi atelier a San Giuseppe Vesuviano e nella centralissima via del Babuino a Roma. Domenica 12 ottobre 2025 ha svelato nella suggestiva Reggia di Portici la sua nuova collezione alta moda sposa 2026, “Stupor Mundi”.
Proprio nella suggestiva location costruita nel 1738 per volere di Carlo di Borbone, re di Napoli, e di sua moglie Maria Amalia di Sassonia come villa estiva, attualmente sede universitaria della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Molaro porta in passerella le sue modelle storiche degli Anni Novanta e Duemila, donne bellissime che a quasi cinquant’anni dimostrano di avere personalità, carisma e fascino non solo nella vita, ma anche in passerella. Il noto creativo dimostra che l’età è solo un numero e la bellezza è universale, dando uno splendido messaggio di inclusività. Lo Speciale Giornale ha raggiunto lo stilista. Ed ecco cosa ci ha risposto.
Come si sviluppano le sue nuove proposte alta moda sposa?
“Sono volte al preziosismo, abiti maestosi, barocchi, ma al contempo geometrici con giochi di trasparenze, ricchi di rouches, tagli, corsetti steccati con scolli omerali a barca che lasciano spazio alle scollature meno profonde”.
Come è cambiato il mondo della sposa negli ultimi anni e le esigenze della clientela e che sfida ha comportato tutto ciò?
“L’età delle spose è fortemente modificata. Oggigiorno la donna arriva in età adulta all’altare, preferisce avere una stabilità lavorativa. Le clienti, anche se non più ventenni o trentenni, sebbene dichiarino di volere un abito meno tradizionale nel loro inconscio ricercano una creazione romantica perché il sogno non ha età. Per questo motivo volevo far interpretare la nuova collezione dalle mie modelle storiche, donne mature che sono ancora meravigliose. In passerella ho persino una mamma e suo figlio”.
Come si sviluppa la sua passione per la moda?
“A diciotto anni iniziai a lavorare in un negozio di tessuti e decisi di iscrivermi ad una scuola di moda. Amavo molto dipingere, sognavo di diventare un grande pittore, ma la passione per la moda mi spinse a fare lo stilista. Ammiravo Valentino, Capucci, Ferrè e Versace. Sognavo di essere uno di loro”.
È stato definito lo stilista dei record, da cosa nasce questa sua voglia di stupire ?
“Ho fame e sete di grandiosità, forse perché quando ero alle elementari servivo la messa ai vescovi del santuario di Pompei, percorrevo sempre gli alti colonnati, ammiravo gli affreschi, venivo affascinato dal maestoso campanile. Tutto era grandioso, tutto andava al di là della normalità, è così forse ho sempre immaginato la mia moda, i miei eventi. Tutto deve essere stupefacente, credo che in me ci sia la voglia di realizzare sempre qualcosa di irraggiungibile, qualcosa di divino”.
Il suo operato è stato definito art couture ci può spiegare meglio questo concetto?
“Realizzai per la prima volta una collezione di abiti scultura che non vestivano un corpo, ma lo usavano, non avevano nessuna funzione fashion. Rappresentavano l’inconscio, dolori, sofferenze, inquinamento, guerra, violenza, erano manifesti di denuncia sociale”.
Quando crea ha una sua musa di riferimento?
“È una donna forte, sicura, magari anche meno bella rispetto ai canoni attuali, ma ha carattere, intelligenza, dignità e si posiziona sempre con un pensiero al di sopra della gente”.
Ha ideato l’abito da sposa trasformabile come è’ avvenuto?
“All’inizio degli Anni Novanta era di moda che confezionare anche l’abito per la luna di miele. Proposi ad una ragazza di non farlo, ma di trasformare l’abito da sposa, lei mi sorrise, le piaceva l’idea, ma alla mamma no. Inizialmente la mia idea non trovò riscontro, ma piano piano, con l’entusiasmo con il quale lo proponevo, alcune clienti iniziarono ad ascoltarmi. Capii che dovevo portare in passerella le trasformazioni e nel 1995 ad una sfilata a Napoli, alla Mostra d’Oltremare, in passerella modificai l’abito. Ci furono applausi, capii che avevo tracciato una nuova strada. Pensate che per attirare maggiormente l’attenzione, portai in passerella una modella d’eccezione, Lara Orfei, figlia di Moira, l’audacia mi aveva premiato”.
Ha debuttato a Roma sulle passerelle di alta moda nel 1999, chi l’ha spinta?
“Sfilare nella Capitale era un mio sogno fin da quando frequentavo l’accademia della moda, pensavo di non riuscirci, invece al secondo tentativo, quando il presidente era Santo Versace, fui preso tra i grandi nomi della moda italiana”.
Portare l’alta moda sposa in tv che sfida è stata per lei?
“È stato divertente, portavo le mie creazioni indossabili e non, inizialmente molti sui social criticavano, poi mi hanno apprezzato, bisogna essere tenaci e costanti. Spesso le persone criticano perché hanno delle loro paure interiori, vedere invece chi riesce a non averle li destabilizza. La gente si è appassionata alla mia moda. Devo ringraziare Caterina Balivo che mi ha dato fiducia e mi ha permesso di entrare nelle case degli italiani”.
Recentemente ha lanciato la sua linea anche di prêt-à-porter, da cosa trae ispirazione per queste sue creazioni?
“Al prêt-à-porter mi sto avvicinando in punta di piedi, non è come la tv che se urli ti detestano, ma ti guardano ed aumenta l’audience, se fai vedere capi lontani dal gusto del momento, ti criticano ma ti guardano. Con la distribuzione, se i clienti finali non acquistano, i negozi non comprano, si sparge la voce nel settore che i tuoi capi non si vendono e sei finito. Ci sto andando piano piano…”.
Cosa si aspetta dal futuro per la Maison Gianni Molaro?
“Immagino un marchio di nicchia, dove non si acquista un’etichetta oppure solo un nome da esibire, ma un prodotto prezioso come un’opera d’arte, che sappia parlare di te e parlarti nel tempo. Per i grandi marchi se non ci sarà un cambio di marcia, vedo un’implosione, Molaro sarà un ciclone …. Se il Cielo vorrà…”.
Di seguito l’intervista video






