La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha ridotto la condanna di Alessia Pifferi da ergastolo a 24 anni di carcere. La donna, 38 anni, era stata riconosciuta colpevole di aver lasciato morire di stenti la figlia Diana, di soli 18 mesi, rimasta sola in casa per sei giorni nel luglio del 2022 mentre la madre si trovava fuori Milano con un uomo.
La decisione dei giudici
I giudici d’appello hanno confermato che Pifferi non era incapace di intendere e di volere, ma hanno riconosciuto l’esistenza di disturbi mentali che, pur non eliminando la responsabilità penale, hanno consentito di concederle le attenuanti generiche. Queste attenuanti, equivalenti alle aggravanti legate al rapporto di filiazione, hanno portato all’annullamento dell’ergastolo e alla determinazione della pena in 24 anni, il massimo previsto per l’omicidio semplice.
In primo grado, la Corte d’Assise aveva ritenuto la donna pienamente capace e colpevole di omicidio volontario con dolo diretto, escludendo la tesi difensiva dell’abbandono di minore. La pena era stata quindi l’ergastolo, pur senza l’aggravante della premeditazione.
Le conclusioni della perizia
La svolta è arrivata con la perizia psichiatrica disposta in appello. Il collegio peritale, formato dallo psichiatra Giacomo Francesco Filippini, dal neuropsichiatra infantile Stefano Benzoni e dalla neuropsicologa Nadia Bolognini, ha evidenziato una “fragilità cognitiva settoriale” in Pifferi, accompagnata da “immaturità affettiva”. Secondo i periti, tali caratteristiche derivano da disturbi del neurosviluppo infantili e adolescenziali, migliorati in età adulta ma comunque presenti. Tuttavia, il deficit risulta “scarsamente incidente” sul funzionamento psicosociale della donna e non compromette in modo significativo la sua capacità di comprendere e volere.
Un caso che continua a dividere
La riduzione della pena ha riacceso il dibattito sull’equilibrio tra giustizia e fragilità mentale nei casi di infanticidio. Per la Corte d’Appello, pur restando gravissima la condotta di Pifferi, i disturbi cognitivi e affettivi hanno un peso nel delineare il profilo psicologico dell’imputata, sufficiente a mitigare la condanna.
La vicenda, che aveva profondamente scosso l’opinione pubblica, si conclude dunque con una condanna a 24 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato, ma senza più l’ombra dell’ergastolo.
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