Il Veneto resta saldamente al centrodestra, ma il risultato elettorale porta impresso un marchio preciso: quello di Luca Zaia. La vittoria di Alberto Stefani, nuovo governatore, è stata accolta dal presidente uscente come una conferma del radicamento del modello veneto costruito dalla Lega in questi anni. Nella sede della LEGA Veneta a Treviso, accolto come una star dai militanti e festeggiato con un prosecco stappato all’arrivo, Zaia ha rivendicato il ruolo decisivo giocato nella campagna e la portata delle sue preferenze personali, 201mila, record assoluto nella storia del Veneto.
Elezioni regionali Veneto, è il trionfo di Zaia
“Penso di essere stato l’unico che fin dall’inizio ha sollevato il tema del grande avversario che tutti avevamo: l’astensionismo, che poi si è concretizzato. Sedici punti o anche più rispetto al 2020 significa veramente tanto”, ha detto il governatore uscente sorridente e consapevole che la scelta di candidarsi capolista in tutte le circoscrizioni è stata decisiva. E ancora: “Una vittoria che ci rende assolutamente felici e che dimostra anche un riconoscimento di quello che ho fatto per quindici anni e mezzo, altrimenti i cittadini non ti premierebbero in questa maniera. Fatta la contabilità sicuramente sarò in Consiglio regionale, poi il futuro non ve lo so dire”.
Il risultato, in effetti, parla chiaro. Il contributo di Zaia, capolista della Lega in ogni provincia, è stato determinante per evitare che si ripetesse lo scenario delle Europee, quando Fratelli d’Italia aveva superato il Carroccio. Mentre Matteo Salvini festeggiava a Padova insieme al neoeletto Stefani, Zaia — a cinquanta chilometri di distanza — parlava soprattutto di sé, del suo ruolo nel partito e di cosa potrebbe accadere nei prossimi mesi.
“Il mio impegno per il Nord c’è, è concreto tutti i giorni. Ho sempre portato avanti questa idea identitaria e penso che i veneti l’abbiano sempre apprezzato. Non è normale trovare un governatore che dopo 15 anni e mezzo è ancora gradito dai suoi cittadini, vuol dire che qualcosa di buono l’abbiamo fatto”, ha detto, ricordando anche la recente foto con i presidenti di Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Trentino. Un vertice che Zaia ha definito “un pranzo tra amici molto identitari”, nel quale ha rilanciato un’ipotesi di trasformazione profonda della Lega: “Le grandi partite del Nord e del Sud debbono trovare una loro sintesi e la sintesi si trova come ha fatto la Germania, con la Cdu e la Csu. Non solo in Lega: anche gli altri partiti devono capire che il militante del Pd di Campione d’Italia ha delle istanze diverse di Canicattì”.
Da Padova, intanto, Salvini respingeva l’idea che il risultato fosse un “effetto Zaia”: “È un effetto Lega”, ha detto il segretario, sottolineando che “tu non prendi il 35-37% in una delle Regioni più concrete, laboriose e dinamiche d’Europa se non hai un progetto serio e una squadra seria”. E ancora: “Il mio compito, come per Max Allegri in campo, è di cercare di far esprimere tutti”. Sul tema Vannacci ha poi precisato che il generale “è un uomo della squadra come Stefani e Zaia”, aggiungendo che vorrebbe “tanti problemi che prendono 500mila voti”.
Gli scenari futuri, la sfida a Roma o la confort zone in Veneto per Zaia?
Nonostante Salvini provi a smontare la narrativa del dualismo interno, l’analisi dei numeri racconta che l’“effetto Zaia” c’è eccome. Con 201mila preferenze personali, il governatore uscente ha portato da solo circa un terzo dei voti complessivi del Carroccio in Veneto. Un risultato che ridimensiona il parallelo con il generale Vannacci, autore sì di un exploit alle Europee con 555mila voti, ma su scala nazionale. Se Zaia dovesse misurarsi su quel terreno, suggeriscono molti osservatori, potrebbe superare quei numeri.
Il vero nodo riguarda ora il futuro dell’ex Doge veneziano. La sua stagione da ministro non lasciò ricordi memorabili. Oggi, però, la sua forza elettorale è tornata a livelli tali da mettere in ombra lo stesso leader federale. Da una parte c’è la possibilità di un ritorno a Roma, magari proprio nel posto oggi occupato dal suo “successore” Stefani; dall’altra la tentazione della comfort zone veneta, dove il suo consenso sembra un patrimonio inesauribile. Quando gli hanno chiesto se avesse sentito Vannacci, Zaia ha sollevato un sopracciglio: “Io sono obiettore di coscienza”, ha tagliato corto per poi ribadire “Io vice segretario della Lega? Nessuno me lo ha chiesto, ma sarò sempre coerente”. Resta il dato politico: Salvini appare stretto tra due fuochi, con il generale e l’ex doge che per motivi diversi hanno ad oggi valanghe di preferenze e un elettorato che pare superiore al consenso per l’attuale segretario e vice premier.



