L’Europa è sempre terra di vagabondaggio per spettri. Dopo il comunismo, il fascismo e, assai più recentemente, il sovranismo, ce n’è uno che sta crescendo ultimamente in modo decisamente preoccupante: l’astensionismo. Ed è un fantasma che inquieta in modo particolare l’Italia.
Questo spettro – è vero – gira da anni, anzi da decenni, ma la caduta verticale della partecipazione al voto nelle ultime elezioni è una roba che non s’era mai vista. Ha fatto impressione, lunedì scorso, apprendere ad esempio che l’astensionismo nelle Regionali in Veneto è crollato a quota 44%, scendendo di ben 20 punti rispetto alle elezioni di 5 anni fa.
È quindi ripreso l’allarme sulla crisi della democrazia di cui il non voto è sintomo e allo stesso tempo causa. È soprattutto il “Corriere della Sera” a rilanciare il dibattito con vari editoriali e commenti usciti in questi ultimissimi giorni. Per Sabino Cassese tutto dipende dalla «scarsa qualità dell’offerta politica» e dal fatto che i politici scatenano polemiche (su) e parlano (di) «temi diversi da quelli che interessano l’elettorato». Massimo Franco stigmatizza da parte sua la tendenza a considerarlo un problema «fisiologico» perché comune a tutte le democrazie dell’Occidente, mentre invece bisognerebbe coglierne l’aspetto patologico, nella prospettiva di «un ripensamento serio delle leadership e delle strategie». Carlo Cottarelli parla a sua volta dell’astensionismo come sintomo di un male italiano più profondo, un male consistente nell’«apatia per il bene comune» con i suoi corollari del «chiudersi in sé stessi» e della «perdita di speranza nel futuro». Manifestazione di questa apatia sarebbe anche l’«incapacità di uscire dallo zero virgola nel tasso di crescita della nostra economia».
Tra tutte le diagnosi esposte, questa dell’economista cremonese è quella che tende ad andare più in profondità. Cottarelli individua giustamente nella tendenza al non voto la spia (una delle tante) del più generale declino che interessa il nostro Paese negli ultimi decenni, una caduta collettiva di senso e di motivazione che trova il suo più grande e preoccupante sintomo nel pauroso livello della denatalità.
Anche l’analisi di Cottarelli ha però il difetto di non svelare tutti gli aspetti dell’odierno male italiano, soprattutto laddove questo va a interessare una sfera che a lui, già commissario alla Spending Review e quindi fautore della più rigorosa austerità nei conti pubblici, potrebbe risultare piuttosto scomoda. Parliamo della perdita di sovranità monetaria dell’Italia, circostanza che ben conosciamo fin dall’ingresso, una trentina d’anni fa, nella zona euro, ma che solo in questi ultimi anni si sta rivelando in tutta la sua devastante portata, rendendosi evidente (e sempre più insopportabile) l’impoverimento generale degli italiani sia in termini di reddito delle famiglie sia sotto il profilo dei beni comuni sia, infine, nel peggioramento complessivo della qualità della vita.
In queste condizioni, la mancanza di fiducia nel futuro e lo smagamento collettivo sono il minimo che ci possa capitare. Uno degli effetti più vistosi della perdita di sovranità monetaria è appunto la tendenza alla fuga delle urne da parte degli elettori. Il ragionamento di molti è semplice: perché mai andare a votare se poi le promesse elettorali non potranno mai essere mantenute per l’incidenza sempre più massiccia dei vincoli europei sulle leggi di bilancio? Lo sappiamo da tanto tempo, è vero, ma, anno dopo anno, manovra finanziaria dopo manovra finanziaria, questa triste realtà appare sempre più pesante e sempre più pregiudizievole per la vita collettiva.
Detta così, sembra l’uovo di colombo, ma si tratta di un uovo quanto mai scomodo perché comporta, una volta ammesso da tutti che è proprio questo il problema, il raggiungimento di una consapevolezza traumatizzante: riconquistare la sovranità monetaria e quindi permettere ai governi di attuare leggi di bilancio realmente espansive e ai partiti di onorare le promesse fatte agli elettori vuol dire uscire dall’euro. Altra soluzione al momento non c’è, a meno che non si creda alla favola consolatoria che i Paesi del Nordeuropa (a cui conviene imporre a tutti l’ideologa dell’austerità) diano semaforo verde al debito Ue condiviso come fatto permanente (non solo ristretto alle emergenze tipo Covid) e consentano alla Bce di essere strutturalmente “prestatore di ultima istanza”.
Ecco dunque che la soluzione del problema dell’astensionismo va a coincidere con quella del più profondo e generale problema italiano di questi anni.
Tutti, politici e classe dirigente in generale, girano intorno alla questione senza arrivare al punto vero. Ed è per questo che alla fine parlano di cose che non interessano realmente agli elettorali. Non è cattiva volontà. È solo l’estrema difficoltà (visto il pesante condizionamento politico dei mercati finanziari) di parlarne chiaramente alla gente. Ma un modo va comunque trovato. Non si arriverà magari a riconquistare la sovranità monetaria (almeno sulla base di quello che attualmente si scorge all’orizzonte), purtuttavia gli elettori, vedendo che i politici cominciano a parlare un linguaggio di verità, potrebbero tornare alle urne. E sarebbe già questo un segnale di rinascita italiana.



