L’Unione Europea sta riscrivendo le regole, e lo fa su un terreno che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato politicamente radioattivo: l’inclusione dei produttori di armi “controverse” nei parametri della finanza sostenibile. Non è un vezzo ideologico, ma la conseguenza brutale di un dato: dal 2022 al 2024 la spesa per la difesa nell’UE è cresciuta del 19%, raggiungendo quota 289 miliardi di euro, il livello più alto dalla fine della Guerra Fredda (dati EDA – European Defence Agency).
Con gli eserciti europei a corto di munizioni e sistemi avanzati, la Commissione ha scelto di intervenire sul piano finanziario. La modifica approvata dal Parlamento europeo – tra proteste e voti contrari della sinistra – permette infatti a una parte dell’industria bellica di accedere ai canali della finanza sostenibile, quegli stessi che nel 2024 hanno mobilitato poco più di 530 miliardi di euro in green bond e strumenti ESG.
La logica, piaccia o meno, è aritmetica: se l’Europa vuole davvero raggiungere l’obiettivo della NATO di una spesa pari al 2% del PIL, servono circa 70 miliardi di euro aggiuntivi l’anno. Denaro che gli Stati non riescono a mettere e che i mercati potrebbero invece fornire, ma solo se regolatori e investitori smettono di trattare la difesa come una parola impronunciabile nei documenti ESG.
Il nodo è politico e tecnico allo stesso tempo. L’UE distingue le armi “controverse” (cluster bombs, mine antiuomo, armi nucleari) dalle armi convenzionali. Le prime restano escluse; le seconde, oggi cuore dell’industria europea, potrebbero essere ammesse se rispettano criteri stringenti. Leonardo, Rheinmetall, Saab e altri colossi europei – un settore da quasi 600 mila addetti – potrebbero quindi beneficiare dell’allentamento dei criteri.
Il settore bellico europeo è uno dei pochi in crescita stabile: +11% nel 2023 e ordini 2024 stimati in aumento del 15% secondo Sipri. Ma la capacità industriale non basta. Per sostenere solo il fabbisogno ucraino servono almeno 1 milione di colpi d’artiglieria all’anno, mentre l’intera UE oggi non arriva a produrne circa 500 mila.
Da qui l’apertura alla finanza sostenibile: un tentativo (freddo, brutale e totalmente pragmatico) di colmare il gap industriale.
Il prezzo politico? Alto. L’inclusione della difesa nella categoria “sostenibile” incrina la narrativa ESG nata per ridurre l’impatto ambientale e sociale delle attività economiche. Il prezzo economico? Ancora più alto se l’Europa non lo facesse: dipendere da fornitori esterni in un mondo instabile costa molto più dei tabù infranti.
Questa è l’equazione che Bruxelles ha messo sul tavolo. Che piaccia o meno, è difficile ignorare i numeri. La prossima mossa sarà vedere se i mercati decideranno di seguirla. In un mondo in cui la sicurezza è tornata una variabile economica, non è più un dettaglio ideologico: è un indice di rischio.



