Clima, Musumeci ad Atreju: “Prevenzione non dà consensi, c’è problema culturale” | Video

venerdì, 12 Dicembre 2025
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La fragilità del territorio italiano e il cambiamento climatico non sono emergenze episodiche, ma una condizione strutturale con cui il Paese deve fare i conti. È questo il filo conduttore dell’intervento del ministro per la Protezione civile e per le Politiche del mare, Nello Musumeci, ad Atreju, dove il tema ambientale viene affrontato come un nodo politico e culturale, prima ancora che tecnico.

Clima, i numeri e l’allarme di Musumeci

I numeri richiamati dal ministro restituiscono la dimensione del problema. “Noi viviamo su un territorio che per il 94% è a rischio idrogeologico, il 26% è a rischio frane, il 57% è a rischio molto elevato ed elevato di terremoti”, ricorda Musumeci, ponendo una domanda che va oltre la statistica: “Ma davvero pensiamo che sia così lontano dal nostro vivere quotidiano la realtà della fragilità di un territorio che, invece, ha bisogno di essere accarezzato, tutelato, bonificato, capito, recuperato?”.

Nel suo ragionamento, il ministro individua nel fattore culturale uno dei principali ostacoli alla prevenzione. Nonostante le risorse stanziate, i risultati faticano ad arrivare. Musumeci rivendica l’impegno del governo Meloni: “Abbiamo destinato 2 miliardi e 300 milioni del PNRR alla messa in sicurezza del territorio, 1 miliardo e 200 milioni dalla Protezione civile alle Regioni”, oltre ai fondi annuali per la lotta al dissesto idrogeologico e all’erosione costiera. Eppure, osserva, “il risultato non arriva”. Ogni volta che piove, sottolinea, “è una tragedia e se non piove è un’altra tragedia”.

La spiegazione, secondo il ministro, non è nella scarsità di risorse ma in una convinzione politica radicata. “Purtroppo siamo convinti politicamente che investire sulla messa in sicurezza del territorio non porta voti, non porta consensi. Perché non si vede”, afferma. L’intervento preventivo resta invisibile, mentre diventa evidente solo ciò che avviene dopo la tragedia. “Si vede di più l’intervento su un fiume se provoca 15 morti, ma non si vede l’intervento su un fiume che non ha mai provocato un morto e che l’amministratore vuole mettere in sicurezza”.

Da qui la critica alla frammentazione degli interventi e la richiesta di un cambio di passo. “Il problema è culturale, altrimenti avremo sempre mille progetti per non risolvere nulla, invece di cento progetti che devono servire a realizzare obiettivi sani e concreti”, spiega Musumeci. La linea indicata è quella di concentrare le risorse su pochi grandi interventi strategici: “Se abbiamo un miliardo da spendere non faremo 2.000 interventi, ma faremo 30 interventi grossi”.

In questa prospettiva si inserisce la scelta di affidare un ruolo centrale alle Autorità di distretto. “L’ultimo obiettivo è affidare alle autorità di distretto il compito di individuare gli obiettivi e le infrastrutture da realizzare”, afferma il ministro, sottolineando che si tratta di organismi in grado di sottrarsi “alla pressione delle clientele che inesorabilmente sul territorio si determinano”. È così che, secondo Musumeci, si può intervenire su nodi storici: “Per evitare che il Seveso ogni volta che piove mandi in tilt Milano, per evitare che Bologna sia costruita sui fiumi tombati, per evitare che l’Arno ogni volta che si carica diventi una minaccia per Firenze”.

Sul cambiamento climatico, Musumeci rivendica una posizione che respinge sia il negazionismo sia l’approccio ideologico. “Noi non siamo negazionisti, riteniamo che ci sia un cambiamento climatico”, chiarisce, precisando però che “è una fase che si alterna nei secoli, nei millenni” e che non ritiene “che l’uomo sia il solo responsabile”. In questa visione, “l’uomo è elemento essenziale dell’ambiente, non è il nemico o l’alternativa all’ambiente”.

Il passaggio conclusivo richiama il ruolo dei cittadini. “Se non c’è la consapevole partecipazione del cittadino, la battaglia è persa in partenza”, avverte Musumeci, perché “se non c’è la complicità del cittadino, i provvedimenti calati dall’alto rischiano davvero di naufragare miseramente”. Una sfida culturale e politica che, conclude il ministro, è decisiva “se vogliamo davvero consegnare ai nostri figli un’Italia più serena, più sicura e più vivibile”.

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