Qualcosa di strano (e forse di torbido) sta accadendo nel mondo dell’editoria italiana. “Limes”, la prestigiosa rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo, è sotto attacco. Tre collaboratori della testata (Federigo Argentieri, Franz Gustincich e Giorgio Arfaras) dicono addio al comitato di redazione in disaccordo con la linea seguita dal direttore.
Di per sé non ci sarebbe nulla di strano (le polemiche interne a riviste e giornali rientrano nella norma), se non fosse per le motivazioni dei dissidenti e per il momento in cui avviene questo loro strappo.
Per quanto riguarda il primo aspetto, lascia perplessi che gli studiosi accusino Caracciolo di essere filorusso. «Bisogna fare scelte chiare, senza ambiguità sull’Ucraina», sostengono i tre. In tal senso vale la pena ricordare che queste dimissioni si sono svolte pressoché in contemporanea con quelle del generale Vincenzo Camporini, sempre da “Limes” e sempre con la motivazione del presunto “filoputinismo” di Caracciolo. L’alto ufficiale ha parlato di «putiniani sfegatati» annidati tra le firme della testata. Addirittura…
Avrebbero senso, simili motivazioni, se parlassimo di un quotidiano impegnato direttamente nella polemica politica. In tal caso è logico esprimere un dissenso sulla linea del giornale. Ma qui parliamo di una rivista di cultura, dove invece la diversità di opinioni e di visioni deve essere la norma. Se una rivista di studi non è pluralista e problematica, che tipo di cultura potrà esprimere mai?
Va anche aggiunto che la geopolitica, come tale, rifugge dalle impostazioni ideologiche. La geopolitica è innanzi tutto ispirata alla filosofia del realismo. E non si presta quindi a strumentalizzazioni di sorta. O la geopolitica è problematica o non è.
In tal senso “Limes” ha conquistato negli anni la sua autorevolezza proprio perché Caracciolo ha sempre analizzato i grandi processi geopolitici e geostrategici nella loro nuda e cruda realtà, al di fuori da ogni favola propagandistica.
Queste dimissioni sono un segno inquietante, suggerendoci l’idea che andiamo forse verso un tempo di mobilitazione e militarizzazione della cultura, un tempo di “guerra”, dove le opinioni non conformi sono guardate con sospetto, quasi prefigurassero chissà quali intese sottobanco con il “nemico”.
Ma, come dicevamo prima, questi timori sono giustificati anche dal momento in cui scoppia la polemica: “Limes” sta infatti per cambiare editore. Le testate del gruppo Gedi (insieme alla rivista di Caracciolo, ci sono i quotidiani “la Repubblica” e “La Stampa”) sono in procinto di passare al Gruppo Antenna, un conglomerato greco guidato da Theo Kyriakou, con interessi in TV, radio e media digitali. Si dà il caso che Kyriakou sia molto legato agli ambienti atlantici. Nei mesi scorsi il gruppo Antenna ha annunciato un accordo di collaborazione con l’Atlantic Council, un think tank che ha tra i suoi scopi quello di «promuovere la leadership americana», unitamente ad «accordi internazionali basati sul ruolo centrale della comunità atlantica nell’affrontare le sfide del XXI secolo».
Vale la pena ricordare che “Limes” non ha mai fatto sconti alla politica estera Usa, anche se non può certo essere definita una pubblicazione antiamericana. Ma, evidentemente, una simile linea può non essere in armonia con il “nuovo che avanza” nel mondo atlantico.
C’è più di un motivo per riflettere. E per essere anche un po’ preoccupati.



