Le ultime ore raccontano una Lega costretta a muoversi in un perimetro sempre più stretto. Da una parte il nodo pensioni, il più delicato e politicamente esplosivo della legislatura; dall’altra la rottamazione, misura semplice, popolare, immediatamente comunicabile. Sullo sfondo, il Patto di stabilità europeo riformato, che riduce drasticamente gli spazi di manovra e rende ogni promessa strutturale molto più complicata da mantenere.
Sul dossier previdenziale i numeri sono implacabili. La spesa pensionistica italiana vale circa 320 miliardi di euro l’anno, pari a oltre il 15,6% del PIL, contro una media UE attorno al 12,5%. Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è sceso a 1,4 a 1, con proiezioni che indicano un possibile 1 a 1 entro il 2040. In un quadro simile, intervenire seriamente sulle pensioni significa mettere risorse vere e di lungo periodo, cosa che oggi cozza frontalmente con i nuovi vincoli europei su deficit e spesa netta.
Ed è qui che entra in gioco il Patto di stabilità. Le nuove regole impongono percorsi di rientro pluriennali, limiti stringenti alla crescita della spesa e un controllo più serrato da parte di Bruxelles. Tradotto: meno flessibilità di bilancio, meno spazio per riforme strutturali costose, più attenzione al segnale verso i mercati. Gli alleati nella maggioranza lo sanno e premono per la prudenza. La Lega, che sulle pensioni ha costruito negli anni una parte della propria identità politica, si trova così costretta ad abbassare i toni e a parlare di correttivi, finestre, rinvii. Galleggiamento, più che riforma.
Il cambio di registro arriva con la rottamazione. Qui il vincolo europeo pesa meno sul piano comunicativo e politico. La rottamazione è una misura che porta consenso rapido e garantisce gettito una tantum senza aumentare formalmente le tasse. Le precedenti edizioni hanno prodotto entrate comprese tra 15 e 20 miliardi di euro, utili a fare cassa e a gestire equilibri di bilancio nel breve periodo. Non a caso, su questo fronte la Lega esulta e rilancia, ritrovando centralità nel dibattito.
Il contrasto è evidente e dice molto della fase attuale. Da un lato le pensioni, problema strutturale aggravato da demografia, salari bassi e vincoli europei. Dall’altro la rottamazione, valvola fiscale che consente di rinviare il nodo senza affrontarlo. Le ore frenetiche di questi giorni mostrano una verità scomoda: con il Patto di stabilità a fare da cornice, la politica sceglie spesso ciò che è possibile oggi, non ciò che sarebbe necessario domani. E il conto, ancora una volta, resta lì.



