A meno di una settimana dalla cerimonia dell’11 gennaio al Beverly Hilton di Los Angeles, i Golden Globes 2026 si presentano come uno specchio fedele – e allo stesso tempo deformante – dell’industria audiovisiva contemporanea. Un’industria che oscilla tra il bisogno di certezze e il desiderio di sorpresa, tra consacrazioni annunciate e clamorose rimozioni. A dominare il quadro, senza reali rivali sulla carta, è Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, già incoronato ai Critics’ Choice Award come Miglior film, Miglior regia e Miglior sceneggiatura non originale. Ma la storia dei Globes insegna che ciò che appare inevitabile può sempre incrinarsi.
Il film con Leonardo DiCaprio è il vero baricentro della stagione: nove nomination, una presenza capillare nelle categorie chiave e la sensazione diffusa di trovarsi davanti al frontrunner definitivo dell’anno cinematografico. Anderson, forte di una messa in scena che mescola leggerezza apparente e rigore autoriale, sembra aver trovato il punto d’equilibrio perfetto tra cinema d’autore e consenso internazionale. Eppure, proprio questa “centralità” rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio: i Globes, storicamente inclini a scarti laterali e colpi obliqui, potrebbero cercare altrove il loro racconto.
A contendere spazio simbolico ad Anderson c’è infatti un panorama sorprendentemente ricco e dissonante. Nella categoria Miglior regista si incrociano poetiche lontanissime: dal cinema politico e ferito di Jafar Panahi (Un semplice incidente) alla visionarietà gotica di Guillermo del Toro (Frankenstein), passando per il melodramma europeo di Joachim Trier (Sentimental Value) e il respiro epico di Ryan Coogler (I peccatori). È una selezione che racconta un’idea di cinema globale che vale anche per le categorie dei film. Se Una battaglia dopo l’altra parte in vantaggio, il successo di titoli come Sentimental Value (otto nomination) e Sinners/I peccatori (sette) segnala una crescente attenzione verso opere ibride, difficili da incasellare, lontane dai tradizionali confini di genere. Nel comparto drammatico, invece, il duello tra Frankenstein, Hamnet e Un semplice incidente mette in scena tre modi opposti di intendere il dramma: spettacolare, letterario, politico.
Anche sul fronte attoriale la competizione è meno prevedibile di quanto sembri. DiCaprio se la gioca con Timothée Chalamet, già premiato ai Critics’ Choice per Marty Supreme, mentre tra le attrici emergono figure forti e diversissime come Emma Stone, Cynthia Erivo e Amanda Seyfried. Nel drammatico, la vittoria annunciata di Jessie Buckley (Hamnet) convive con candidature che riflettono il peso crescente di un cinema più fisico e identitario, da Dwayne Johnson a Wagner Moura.
Il discorso si fa ancora più interessante spostandosi sulle serie. The Pitt e The Studio guidano le previsioni, ma il vero potenziale elemento di rottura è Adolescence: quattro Critics’ Choice, un impatto culturale netto e interpreti già percepiti come “necessari”. Se i Globes volessero davvero raccontare il presente, la miniserie Netflix sarebbe la scelta più coerente. Ma la coerenza, si sa, non è mai stata la cifra principale di questi premi.
A rendere il quadro ancora più emblematico sono le esclusioni eccellenti. L’assenza di Wicked For Good, Stranger Things, Superman di James Gunn e della nuova stagione di The Gilded Age racconta un sistema che continua a faticare nel riconoscere il valore del successo popolare e seriale di lungo corso. Allo stesso tempo, il “doppio gioco” delle nomination multiple a Jacob Elordi e Amanda Seyfried mostra come il meccanismo dei Globes premi la versatilità più che l’evento.
In definitiva, i Golden Globes 2026 saranno l’ennesima tappa di una stagione già scritta o il primo vero scarto narrativo dell’anno cinematografico? L’11 gennaio darà la risposta, ma il dibattito – come sempre – è già iniziato.



