A Niscemi la frana va avanti inesorabilmente. Nella notte sono stati uditi in città boati e cedimenti. L’emergenza continua e il dramma dei 1600 sfollati preoccupa tutti. Però, mai come in questo caso, non bisogna perdere la capacità di trarre i giusti insegnamenti da quanto accade. E la lezione principale da trarre oggi è che, a Niscemi, fa più danni l’alluvione di chiacchiere e di piagnistei che non la pioggia torrenziale all’origine del disastro geologico di questi giorni.
Perché, ad esempio, agli abitanti di quella cittadina che sorge su un’altura pericolante non può importare nulla della bizzarra idea di veder dirottati sul dissesto che li riguarda i fondi stanziati per il Ponte sullo Stretto. Interessa piuttosto sapere quando arriveranno gli aiuti promessi dalla premier Giorgia Meloni ad aziende e privati colpiti dal disastro e quando sarà possibile intervenire sull’area della collina che ha dato origine alla frana.
Recriminazione, si sa, fa rima con opposizione, come stiamo abbondantemente vedendo in questi giorni, con le accuse di inerzia rivolte al governo e alle giunte regionali che si sono succedute in Sicilia negli anni successivi alla precedente frana collinare del 1997.
A nessuno però viene in mente che il problema di Niscemi, come di tutte le aree a rischio idrogeologico del Paese, non sta tanto nelle risorse e nemmeno nella volontà politica di impiegarle, ma in quel perverso combinato disposto tra poteri burocratici che si ostacolano a vicenda sui territori. Altro che i soldi del Ponte sullo Stretto, non si riesce ad esempio a capire perché il miliardo e seicento milioni di fondi di coesione europei destinati alla Sicilia rischiano di essere revocati da Bruxelles per mancata utilizzazione. Quel fiume di denaro non può raggiungere la sua naturale destinazione perché ostacolato dalla giungla di autorizzazioni incrociate, pareri ambientali, controlli preventivi, rendicontazioni complicate e di tutto quanto è connesso al via libera necessario a ogni progetto esecutivo.
A rendere ancora più complicata la situazione ha peraltro provveduto anche la riforma del Titolo V della Costituzione che ha frammentato le autorità competenti sul territorio. Tutti ne parlano male (anche le forze che a suo tempo l’approvarono), ma quelle norme sono ancora lì, a rendere ancora più farraginosa e inconcludente l’azione della Pubblica amministrazione nelle zone a rischio di disastri naturali. Là dove non arriva la retorica dell’autogoverno locale, provvedono sicuramente l’inerzia e l’insipienza della politica.
Quello che non si riesce ancora a far intendere in giro è che il risanamento del territorio italiano e la prevenzione delle catastrofi non possono venire dalla somma delle azioni a livello locale, ma devono risultare da scelte politiche a livello nazionale o, se vogliamo, da un cambio di mentalità che ponga la messa in sicurezza delle aree geologiche più fragili dell’Italia tra le priorità nazionali. Il territorio non deve comparire sotto la voce “emergenza” ma sotto quella “investimento”. La prevenzione deve essere vista come fattore sviluppo. Bisogna tornare a quella visione del Belpaese troppo a lungo offuscata dalla logica emergenziale e da una politica di corto respiro.
Se poi, alla demagogia spicciola aggiungiamo l’ecologismo da salotto, quello cioè che fa sempre risalire i guai idrogeologici dell’Italia ai cambiamenti climatici, l’idea dell’inutilità dei piagnistei può dirsi completa.
Intanto gli abitanti di Niscemi guardano con preoccupazione al futuro della propria città. E non c’è chiacchiera demagogica che possa alleviare la loro sofferenza.



