Clamoroso in USA. Una Corte Suprema a maggioranza conservatrice blocca i dazi generalizzati voluti da Donald Trump. Non un dettaglio.
La decisione è arrivata con una maggioranza netta: tra i voti contrari ai dazi ci sono giudici nominati dallo stesso Trump. Questo è ciò che brucia al presidente USA. Per una parte dell’elettorato repubblicano non è solo una sentenza, sa di tradimento.
Cosa ha detto la Corte in sostanza? Che il presidente non può usare in modo permanente una legge pensata per emergenze economiche per imporre dazi su larga scala. La Costituzione attribuisce al Congresso il potere di regolare il commercio con l’estero. Il messaggio è chiaro: i limiti istituzionali contano.
I numeri spiegano perché la battaglia sia così accesa. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno importato beni per oltre 3.200 miliardi di dollari. Una tariffa del 10% su tutto significherebbe teoricamente più di 300 miliardi di dollari di gettito. Ma il deficit commerciale americano supera i 900 miliardi. È su questo squilibrio che Trump costruisce la sua narrativa: meno importazioni, più produzione interna.
Il problema è che circa il 40% delle importazioni americane è composto da beni intermedi. Componenti elettronici, acciaio lavorato, macchinari. Se aumentano i costi di questi input, aumentano anche i costi per le imprese americane che esportano. Durante la guerra commerciale del 2018, studi economici hanno mostrato che tra il 60 e l’80% del costo dei dazi è stato pagato da aziende e consumatori statunitensi.
Dentro il Partito Repubblicano la frattura è profondo. Una parte difende l’impostazione costituzionale e il ruolo del Congresso. Un’altra sostiene la linea muscolare sui dazi come strumento di pressione geopolitica. Non è una discussione accademica ma la scelta di modello economico.
La Corte ha fermato un metodo, non l’idea dei dazi. Trump può tornare a strumenti più mirati, come le misure contro pratiche commerciali sleali già usate contro la Cina. Ma il messaggio resta: anche con una maggioranza conservatrice, il potere esecutivo ha un perimetro.
La vera partita ora è interna al campo repubblicano. E quando una leadership accusa i propri giudici di averla tradita, significa che la battaglia non è più solo commerciale. È identitaria.
