Park Chan-wook alla guida della giuria di Cannes 2026: quando l’audacia diventa istituzione

giovedì, 26 Febbraio 2026
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Il Festival di Cannes 2026 consegna alla storia un primato simbolico: Park Chan-wook è il primo regista sudcoreano chiamato a presiedere la giuria della 79ª edizione. Non è solo una nomina prestigiosa: è la consacrazione istituzionale di un autore che, per oltre vent’anni, ha lavorato ai margini del consenso, spingendo il cinema verso zone moralmente ambigue e formalmente estreme. Cannes lo definisce “audace” sul piano narrativo, stilistico ed etico; tradotto: il suo cinema non chiede permesso, pretende attenzione.

Un autore che ha fatto scuola

Il percorso di Park coincide con il rinnovamento del cinema asiatico nel circuito dei festival internazionali. Con Old Boy ha inciso un solco profondo: vendetta come melodramma noir, violenza come grammatica emotiva, messa in scena iper-controllata che trasforma l’eccesso in stile. Il Grand Prix della giuria a Cannes nel 2004 non fu solo un premio a un film “forte”, ma l’apertura di una stagione in cui l’Asia non era più esotismo da vetrina, bensì avanguardia.
La maturità arriva con Decision to Leave, premiato per la miglior regia nel 2022: un thriller sentimentale che sostituisce l’urlo con il sussurro, senza rinunciare alla complessità morale. Qui Park dimostra di saper rarefare il suo stesso stile: meno shock, più stratificazione; meno vendetta, più ambiguità affettiva. È il segno di un autore che non ripete il proprio mito, ma lo interroga.

Che cosa significa affidare a Park la presidenza della giuria? Significa riconoscere che il rischio non è più un vezzo da cinefilia radicale, ma un valore curatoriale. La sua idea di cinema “capace di creare solidarietà e universalità” suona quasi paradossale se letta alla luce di una filmografia fatta di ferite, ossessioni, desideri disturbanti. Eppure è proprio in quel cortocircuito che sta la sua forza: l’universale non nasce dall’addomesticamento dei conflitti, ma dalla loro messa in scena senza alibi.

Park può riportare il baricentro sulla scelta: scegliere film che dividono, che chiedono tempo, che non funzionano come “contenuti” ma come esperienze. Il suo sguardo non è neutrale; è etico nel senso più esigente del termine, perché costringe a prendere posizione.

Il primo presidente di giuria sudcoreano non è solo una buona notizia per Seul, ma per l’idea stessa di cinema mondiale. Non è la celebrazione di una “periferia” che entra nel centro; è la prova che il centro si sposta. Park arriva a Cannes nel momento di massima maturità artistica: non come promessa, ma come criterio. La domanda ora non è se Cannes cambierà sotto la sua guida. È quanto sarà disposto a cambiare il nostro modo di guardare i film, se la selezione porterà davvero con sé quella “audacia” che il Festival gli riconosce.

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