A poco più di un mese dalle elezioni del 12 aprile, i rilevamenti dell’istituto Median attribuiscono a Péter Magyar un vantaggio di circa 20 punti percentuali. Un distacco che, se confermato alle urne, segnerebbe la fine di un ciclo politico iniziato nel 2010 e consolidato attraverso quattro mandati consecutivi.
Il partito di governo, Fidesz, contesta la credibilità dei sondaggi, parlando di rilevazioni influenzate dall’opposizione. Tuttavia, per la prima volta, anche tra i sostenitori del premier si ammette che il rischio di una sconfitta è concreto.
Orbán ha costruito negli anni un sistema politico fortemente centralizzato, fondato su riforme costituzionali, controllo dei media e una retorica nazionalista che lo ha spesso messo in rotta di collisione con Bruxelles. L’Ungheria è stata più volte oggetto di procedure europee per la violazione dello Stato di diritto e ha visto limitare il proprio accesso a fondi comunitari.
La possibile uscita di scena di Orbán non avrebbe conseguenze solo interne. A Bruxelles si osserva con attenzione il voto ungherese: il premier è oggi il principale interprete del nuovo nazionalismo europeo al tavolo dei 27.
Lo scontro più recente riguarda il pacchetto di sanzioni contro Mosca e il prestito da 90 miliardi di euro a Kiev. Dopo il danneggiamento dell’oleodotto Druzhba — cruciale per l’approvvigionamento energetico ungherese — Orbán, insieme al premier slovacco Robert Fico, ha sospeso il via libera al finanziamento destinato al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, chiedendo garanzie sulla sicurezza delle forniture.
È una mossa che conferma la sua strategia elettorale: polarizzare il dibattito su temi sensibili come energia e guerra in Ucraina. Difendere il canale privilegiato con Mosca significa, per Orbán, proporsi come garante della stabilità economica contro il rischio di un aumento dei prezzi energetici derivante da un pieno allineamento alle politiche europee.
La novità di questa tornata elettorale è che l’alternativa non appare radicale. Magyar, ex uomo di fiducia di Orbán e per anni dirigente di Fidesz, si presenta come un conservatore nazionale che vuole “ripulire” il sistema dalle degenerazioni degli ultimi anni: lotta alla corruzione, maggiore attenzione ai diritti, riavvicinamento pragmatico all’Unione europea.
Non propone una rottura ideologica, ma una normalizzazione. Ed è proprio questo a renderlo competitivo: intercetta l’elettorato conservatore stanco delle tensioni permanenti con Bruxelles e preoccupato per la situazione economica.
Un eventuale cambio di posizione su dossier chiave — come l’adesione dell’Ucraina all’Ue e la gestione dei fondi di coesione — potrebbe essere premiato politicamente ed economicamente dalle istituzioni europee, aprendo una nuova stagione nei rapporti tra Budapest e Bruxelles.
In Italia, la possibile fine dell’era Orbán viene osservata con sensibilità e sfumature diverse nel centrodestra.
Fratelli d’Italia e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno mantenuto negli anni un rapporto politico con il leader ungherese, pur segnato da differenze e da una gestione non sempre semplice. Orbán è considerato un alleato scomodo ma utile nel rafforzare l’asse dei conservatori europei. Una sua sconfitta ridimensionerebbe il peso del fronte sovranista nell’Ue e modificherebbe gli equilibri all’interno delle famiglie politiche europee.
Allo stesso tempo, nel governo italiano si guarda con pragmatismo a un’eventuale vittoria di Magyar. La sua collocazione è meno definita in chiave europea e finora si è caratterizzata soprattutto per l’opposizione a Orbán. Roma è convinta che, in caso di successo, il nuovo premier ungherese cercherebbe comunque un rapporto solido con l’Italia, anche per rafforzare la propria posizione nei negoziati europei.
Diversa la sensibilità di Forza Italia, tradizionalmente più vicina alle posizioni del Partito Popolare Europeo. Pur non essendo stata tra le forze più aggressive nel chiedere l’isolamento di Orbán, guarda con maggiore favore a un riallineamento dell’Ungheria ai parametri comunitari.
Se il voto confermasse i sondaggi, per l’Ungheria si aprirebbe una fase di transizione dopo sedici anni di leadership ininterrotta. Per l’Unione europea significherebbe perdere il più influente oppositore interno alle politiche di integrazione e di sostegno all’Ucraina.
Per Orbán, invece, sarebbe la fine di una stagione in cui ha saputo trasformare il proprio ufficio in una roccaforte politica e simbolica. Ma, come dimostra la sua lunga carriera, anche nei momenti più difficili il leader magiaro ha sempre cercato di ribaltare i pronostici. Il 12 aprile dirà se l’Europa assisterà davvero alla chiusura dell’era Orbán o all’ennesima prova della sua resilienza politica.



