Al Festival di Cannes 2026 la Palma d’Oro d’onore sarà assegnata a Peter Jackson, una delle figure più decisive del cinema contemporaneo. Il regista neozelandese, celebre per aver portato sul grande schermo la monumentale trilogia de Il Signore degli Anelli, riceverà il riconoscimento martedì 12 maggio, giorno di apertura della 79ª edizione della kermesse, in programma fino al 23 maggio. “Essere onorato con una Palma d’Oro d’Onore a Cannes è uno dei più grandi privilegi della mia carriera”, ha dichiarato Jackson, sottolineando il legame speciale che lo unisce al festival.
Il rapporto tra il cineasta e la Croisette affonda infatti le radici nel passato. Nel 1998 Jackson partecipò al Marché du Film con il suo primo lungometraggio, Bad Taste, mentre nel 2001 Cannes ospitò un evento destinato a entrare nella storia del cinema fantastico: la proiezione per la stampa di 26 minuti de La Compagnia dell’Anello, ancora in fase di montaggio, sette mesi prima dell’uscita mondiale. L’entusiasmo che accolse quelle immagini anticipava già l’impatto di una trilogia destinata a ridefinire gli standard dell’epica cinematografica.
La saga tratta dai romanzi di J.R.R. Tolkien non è stata soltanto un successo di pubblico e critica, ma un autentico fenomeno culturale. I tre film – La Compagnia dell’Anello (2001), Le due torri (2002) e Il ritorno del re (2003) – conquistarono complessivamente 17 premi Oscar, di cui 11 per il capitolo conclusivo, e segnarono un momento di svolta nella concezione del blockbuster contemporaneo. Come ha sottolineato il direttore del festival Thierry Frémaux, “c’è chiaramente un prima e un dopo Peter Jackson”. Il suo cinema, ha spiegato, è caratterizzato da una spettacolarità senza compromessi e da un’ambizione narrativa capace di trasformare l’intrattenimento in esperienza totalizzante.
La presidente del festival Iris Knobloch ha motivato la scelta evidenziando la “creatività sconfinata” del regista, che ha dato nuovo prestigio al fantasy eroico e ha dimostrato come il confine tra blockbuster e cinema d’autore possa essere sorprendentemente permeabile. È proprio questa fusione – tra visione artistica e audacia tecnologica – a rendere Jackson una figura unica nel panorama internazionale.
Il percorso del regista, tuttavia, non nasce all’interno dell’industria hollywoodiana. I suoi primi lavori, come Bad Taste (1987), rivelavano già una sensibilità anarchica e artigianale, costruita con mezzi limitati ma con una fantasia visiva incontenibile. Questa vena esplose definitivamente con Braindead (1992), distribuito in Italia con il titolo Splatters – Gli schizzacervelli, diventato nel tempo un autentico cult del cinema splatter: un film estremo e ironico, celebre per l’uso iperbolico di effetti speciali artigianali e per una comicità macabra che spingeva il gore verso una dimensione quasi cartoonesca. In quella furia creativa – apparentemente lontana anni luce dall’epica tolkieniana – si intravedevano già la capacità di orchestrare sequenze spettacolari e la passione per un cinema fisico, esuberante, costruito con ingegno tecnico e libertà narrativa.
Con Creature del cielo (1994), Jackson dimostrò poi di saper modulare quello stesso talento visivo in una chiave più intima e drammatica, ottenendo un riconoscimento critico internazionale che avrebbe aperto la strada alla sua impresa più ambiziosa: l’adattamento cinematografico dell’opera monumentale di Tolkien.
L’approdo alla Terra di Mezzo fu una scommessa colossale: due anni di pre-produzione, 274 giorni di riprese, tre anni di post-produzione, oltre 20.000 comparse e migliaia di tecnici coinvolti. Girata interamente in Nuova Zelanda, la trilogia trasformò il paese in un laboratorio cinematografico globale, grazie anche al lavoro della Wētā FX, lo studio di effetti speciali fondato dallo stesso Jackson.
Negli anni successivi il regista ha continuato a esplorare forme diverse di racconto audiovisivo: dal remake spettacolare di King Kong (2005) alla trilogia de Lo Hobbit (2012–2014), fino a progetti documentari innovativi come They Shall Not Grow Old (2018), che restituisce nuova vita ai materiali d’archivio della Prima guerra mondiale, e la monumentale miniserie The Beatles: Get Back (2021), costruita su decine di ore di filmati inediti.
Guardando a questa filmografia, il riconoscimento di Cannes appare come la consacrazione di una carriera che ha saputo coniugare artigianato tecnico, immaginazione epica e passione per la narrazione, un autore capace, più di altri, di reinventare continuamente l’idea stessa di meraviglia cinematografica.



