Quando il 28 febbraio è scattato l’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran, l’attenzione dei media globali si è rovesciata completamente sul Golfo Persico.
Da quel momento un’altra vicenda, che fino a poche ore prima dominava il dibattito politico e mediatico, è scomparsa quasi del tutto dalle prime pagine. Gli Epstein files, lo scandalo che sembrava destinato a scuotere dalle fondamenta l’establishment statunitense e internazionale, è stato declassato. Sotto il profilo dell’informazione, la vicenda è una “vittima collaterale” della nuova guerra.
Eppure, proprio negli ultimi dieci giorni, sul caso sono continuate ad emergere novità di grande rilievo.
La più inquietante riguarda proprio le circostanze della morte di Epstein, avvenuta nel carcere federale di New York il 10 agosto 2019. Secondo quanto riportato dal New York Post, una delle sue guardie penitenziarie, Tova Noel, avrebbe effettuato due ricerche su Google relative al detenuto poco prima del ritrovamento del corpo. In particolare, la domanda– “ultime novità su Epstein in carcere” – sarebbe stata fatta al database alle 5:42 e 5:52 del mattino: circa 40 minuti prima che il finanziere venisse trovato morto nella sua cella (ufficialmente, per suicidio).
Sempre secondo i documenti ora emersi, durante l’interrogatorio degli investigatori alla guardia non le sarebbero state fatte domande circa alcuni movimenti bancari che la riguardavano. Nel periodo a cavallo tra il 2018 e il 2019, infatti, Noel sarebbe stata infatti beneficiaria di una serie di bonifici (uno dei versamenti era stato segnalato dalla banca come attività sospetta) e, pochi giorni prima della morte di Epstein, la donna aveva depositato 5mila dollari in contanti.
Parallelamente, nuovi documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia e che coinvolgono il Presidente Trump hanno riacceso lo scontro negli Stati Uniti. La pubblicazione è avvenuta dopo, che nei giorni scorsi, i democratici e i media americani avevano denunciato il fatto che questi rapporti non erano stati diffusi insieme al resto degli Epstein files. I rapporti compiuti dall’FBI includono infatti la deposizione di una donna che nel 2019 ha accusato Donald Trump di aggressione sessuale quando lei era minorenne. Secondo la testimonianza, la ragazza – il cui nome è oscurato – sarebbe stata presentata da Epstein all’Attuale Presidente degli Stati Uniti quando aveva tra i 13 e i 15 anni. L’episodio sarebbe avvenuto in un edificio di New York o del New Jersey.
La Casa Bianca ha respinto seccamente le accuse. La portavoce Karoline Leavitt le ha definite “completamente infondate” e prive di prove credibili, sottolineando che il Dipartimento di Giustizia durante l’amministrazione Biden era già a conoscenza della vicenda senza aver intrapreso azioni. Trump, dal canto suo, ha sempre sostenuto di aver interrotto i rapporti con Epstein molto prima che emergessero le prime accuse contro il finanziere.
Intanto il Congresso americano continua a muoversi. La commissione di vigilanza della Camera che indaga sul caso ha convocato numerose figure di primo piano. Il segretario al Commercio dell’amministrazione Trump, Howard Lutnick, ha accettato di testimoniare sui suoi contatti con Epstein, dopo aver ammesso di aver pranzato con lui nel 2012 nella sua isola privata nei Caraibi.
La stessa commissione ha deciso di convocare anche la procuratrice generale Pam Bondi, accusata da alcuni parlamentari di non aver reso pubblici tutti i documenti disponibili relativi a Jeffrey Epstein. Secondo diverse stime, infatti, mancherebbero all’appello decine di migliaia di file e oltre duemila video. Bondi è considerata una “fedelissima” di Trump (faceva parte del team di legali che nel 2020 difese Trump nel suo primo processo di impeachment).
Le richieste di testimonianza hanno raggiunto anche altri nomi di peso: il co-fondatore di Microsoft Bill Gates e il finanziere Leon Black, co-fondatore di Apollo Global Management. entrambi formalmente invitati a comparire davanti al Congresso.
Sul fronte internazionale, invece, un altro capitolo delicato riguarda Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti e figura storica del New Labour guidato da quel Tony Blair che oggi è membro del Board for Peace su Gaza. Mandelson ha rifiutato di testimoniare davanti al Congresso americano sul caso Epstein, spiegando attraverso i suoi legali di non poter comparire perché attualmente sotto indagine da parte della polizia di Londra.
Una serie di sviluppi che, in condizioni normali, troverebbero ampio risalto sui media. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha completamente cambiato l’agenda mediatica globale.
Così uno degli scandali più controversi degli ultimi vent’anni negli Stati Uniti continua ad evolvere, lontano dalla luce dei riflettori. Ma gli Epstein files non sono scomparsi: sono semplicemente scivolati, almeno per ora, in fondo alla pagina.
