Hormuz tecnicamente riaperto con blocco selettivo: nel mirino navi Usa e Israele

domenica, 8 Marzo 2026
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Lo Stretto di Hormuz non è ufficialmente chiuso ma la riapertura annunciata da Teheran è solo parziale e fortemente condizionata. L’Iran ha dichiarato che il traffico commerciale può continuare ma ha avvertito che le navi legate a Stati Uniti e Israele saranno considerate obiettivi militari. In termini strategici significa trasformare il principale corridoio energetico del pianeta in un passaggio ad alto rischio senza arrivare a una chiusura totale.

Hormuz è uno dei punti più sensibili della geoeconomia mondiale. Secondo i dati della U.S. Energy Information Administration attraverso questo stretto transitano tra 17 e 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa un quinto del consumo globale di greggio e oltre il 30 per cento del commercio marittimo mondiale di petrolio. Da qui passano i flussi energetici di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran diretti soprattutto verso Asia ed Europa.

La questione non riguarda solo il petrolio. Attraverso Hormuz passa anche una quota enorme del mercato del gas naturale liquefatto. Il Qatar, tra i principali esportatori mondiali di LNG, invia attraverso questo passaggio oltre il 20 per cento del commercio globale di gas liquefatto. In altre parole una tensione nello stretto può riflettersi rapidamente su prezzi energetici, inflazione e costi industriali in Europa.

La scelta iraniana segue una logica militare precisa che gli analisti definiscono interdizione selettiva. Non bloccare tutte le rotte ma rendere il passaggio rischioso per specifici avversari e al tempo stesso creare instabilità nei mercati. Il risultato è che lo stretto resta formalmente aperto ma di fatto diventa una zona ad altissima incertezza operativa.

I primi effetti si vedono già nel settore marittimo. I principali club assicurativi internazionali stanno applicando premi di guerra molto elevati alle petroliere che attraversano il Golfo Persico. Per una superpetroliera VLCC le coperture aggiuntive possono arrivare tra 300 mila e 400 mila dollari per singolo viaggio. Alcuni armatori stanno rallentando l’ingresso nel Golfo o attendono scorte navali prima di attraversare lo stretto.

Anche i mercati energetici reagiscono immediatamente a queste tensioni. Gli analisti ricordano che una chiusura completa di Hormuz potrebbe spingere il prezzo del Brent oltre i 120 o addirittura 150 dollari al barile nel giro di poche settimane. Non serve però arrivare a questo scenario estremo perché i prezzi inizino a muoversi.

Tutto questo dipende da uno stretto largo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto. Un passaggio minuscolo rispetto alla scala del commercio globale ma capace di influenzare la sicurezza energetica di interi continenti. Quando Hormuz entra in tensione non è solo una crisi regionale. Diventa immediatamente un problema dell’economia mondiale.

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