Con i riflettori del mondo puntati su Teheran, decifrare l’attuale crisi iraniana, segnata dai recenti raid militari e dalla fine della lunga era di Ali Khamenei, richiede uno sguardo che vada oltre la cronaca. Per capire gli ingranaggi della Repubblica Islamica, Lo Speciale ha intervistato il Professor Benedetti Milincovich, Ricercatore in Storia delle Istituzioni Politiche presso la Lumsa di Roma e autore del recente volume “L’Iran e la sua ‘prima Repubblica’ islamica. Genesi e sviluppi istituzionali (1979-1989)”.
Nel dibattito pubblico occidentale la rivoluzione iraniana del 1979 viene spesso raccontata come una rottura improvvisa. Dal suo ultimo lavoro pubblicato emerge invece un processo più ampio. Quali sono le radici storiche e istituzionali che hanno reso possibile la nascita della Repubblica islamica?
“Volendo risalire di numerosi decenni, si potrebbe rintracciare una prima radice della rivoluzione islamica nella rivoluzione costituzionale persiana del 1905-1911. La Costituzione persiana, adottata tra il 1906 e il 1907 assieme a un Complemento, riconosceva il ruolo dei religiosi sciiti nell’adeguamento delle leggi dello Stato al diritto canonico, nel quadro di una monarchia costituzionale “classica”. Tuttavia, l’esito di questa rivoluzione costituzionale non fu felice: non solo le previsioni relative ai chierici non furono mai rispettate, ma tutto l’impianto costituzionale fu ampiamente e lungamente trascurato, tanto dall’ultimo sovrano Qajar, quanto sotto la dittatura dei due Scià Pahlavi – salvo una parentesi fra il 1945 e il 1953. Molti dei temi che innervarono la rivoluzione d’inizio secolo ritornarono poi alla fine degli anni ’70: la critica a un regime dispotico, la richiesta di un governo rappresentativo, la volontà di limitare le pesanti ingerenze di potenze estere. La novità, nel 1978-79, fu rappresentata soprattutto dalla leadership. Mentre nel 1905 il moto rivoluzionario fu gestito coralmente dai religiosi, dai commercianti, e dalle élites “liberali”, nel 1979 gli attori della rivoluzione, tra i quali c’erano nazionalisti laici, comunisti filosovietici (il Tudeh), comunisti islamisti (i Mojahedin-e Khalq e i Fada’i-e Khalq), furono sopravanzati dalla leadership di Khomeyni, che monopolizzò il processo costituente, arrivando alla costituzionalizzazione della sua personalissima teoria della “tutela del giurista islamico” (velayat-e faqih).”
Ali Khamenei è stato Guida suprema dell’Iran dal 1989 fino alla sua recente morte nel raid statunitense-israeliano. Dal punto di vista politico, quale ruolo ha avuto nel plasmare l’evoluzione della Repubblica islamica dopo la fase rivoluzionaria di Khomeyni?
“Khamenei, che fu segretario del Partito Repubblicano Islamico dal 1980 all’87 e Presidente della Repubblica dal 1981 all’89, è stato il principale protagonista della morte della rivoluzione del 1979. C’è un dato costituzionale fondamentale: la Costituzione del ’79, agli articoli 5 e 107, prevedeva che la Guida del Paese potesse essere conferita solo a un religioso sciita riconosciuto come “fonte di emulazione” (marja‘ at-taqlid), cioè che avesse raggiunto la vetta della gerarchia clericale e la cui giurisprudenza fosse seguita da milioni di fedeli. Dopo la morte di Khomeyni, e seguendo le sue esplicite istruzioni, questo requisito fu rimosso con una revisione della Costituzione nel 1989, consentendo a Khamenei, che era un chierico di rango medio, di accedere alla Guida – tra l’altro, fu eletto tale ancor prima della revisione costituzionale. La Costituzione post-1989 potenziò largamente i poteri di controllo politico della Guida sulle altre istituzioni, quasi a voler controbilanciare il carisma minore del successore di Khomeyni. A prescindere da chi lo avesse sostituito come Guida, il criterio di scelta della carica suprema non sarebbe più stato quello, di matrice rivoluzionaria, di un riconoscimento popolare, mediato dalla religione, come nel caso di Khomeyni, ma al contrario un criterio per così dire manageriale, funzionale a consentire la stabilità anzitutto politica del sistema. Ciò, però, ha permesso a Khamenei di imporre quella ulteriore torsione autoritaria che il Paese ha vissuto sotto la sua Guida, in forza di un’“alleanza” tra la parte del clero ultra-conservatrice (in inglese detta “principalist”) e la principale componente militare deputata alla preservazione ideologica della Repubblica islamica, cioè il Corpo dei Pasdaran. È significativo, in proposito, che tutti i Presidenti della Repubblica che hanno governato sotto Khamenei, eccettuato Raisi, abbiano avuto forti momenti di scontro con lui. Il Presidente, va ricordato, gode di una legittimazione popolare, in quanto è eletto a suffragio universale e diretto, ma la sua agenda di Governo è sempre, inevitabilmente, stata limitata dalla volontà della Guida. E questo segnala anche i fallimenti di quelle Presidenze “moderate”, di Khatami (1997-2005) e di Ruhani (2013-2021), che avevano dato speranze per una timida democratizzazione del sistema, mai compiuta.”

Nel recente caso del Venezuela, la strategia statunitense è sembrata oscillare tra l’obiettivo di imporre dall’esterno un vero “regime change” e quello più pragmatico di favorire una leadership diversa, più disposta al dialogo. Nel caso dell’Iran, quale dei due approcci sembra prevalere? E quali sono, a suo avviso, le ragioni profonde dell’attacco condotto dagli Stati Uniti?
“La storia presenta già una possibile risposta alla prima domanda. Dopo l’invasione dell’Iran da parte di Saddam Hussein nel 1980, la Repubblica islamica reagì rafforzando il proprio controllo autoritario: furono eliminati o repressi oppositori politici, fino al caso eclatante del presidente Banisadr, e messi al bando tutti i partiti non islamisti. Durante la presidenza Khamenei, eletto dopo l’assassino del Presidente Rajai, ci furono epurazioni, esecuzioni e repressioni violente, culminate nel massacro di prigionieri politici nel 1988. L’idea centrale è che la guerra non portò più libertà, ma rafforzò l’autoritarismo del regime iraniano, sostenuto da una leadership militare forte e ideologicamente compatta. Questo per dire che le azioni belliche difficilmente portano a un allentamento dell’autoritarismo, specie in un Paese come l’Iran, che, a differenza del Venezuela, ha una leadership militare forte, ideologicamente coesa, e con un seguito popolare non trascurabile. Sulle ragioni dell’attacco, forse una risposta definitiva potrà venire tra molti anni, quando gli storici accederanno agli archivi del Pentagono, del Congresso e della Casa Bianca. C’è comunque un filo rosso nelle azioni della Presidenza Trump. Nel 2018 Trump decise unilateralmente di uscire dal JCPOA, il trattato che Iran, USA, UE, Russia e Cina avevano firmato nel 2015 e che, in cambio di un allentamento delle sanzioni internazionali, impediva all’Iran di dotarsi dell’arma atomica, grazie a limiti all’arricchimento dell’uranio e a stretti controlli dell’ONU, sempre rispettati. In questo, Trump ha seguito l’agenda del Governo israeliano di Netanyahu, fortemente critico verso il JCPOA proprio perché comportava l’allentamento delle sanzioni. Il 2020 si aprì poi con l’uccisione statunitense, in territorio iracheno, del generale Qassem Soleimani: un atto di terrorismo internazionale. Fino ad arrivare ai bombardamenti dell’anno scorso e alla guerra odierna. Tutte queste azioni hanno avuto un unico effetto: indebolire il fronte riformista in Iran e rafforzare quello conservatore e autoritario. Suona ironico constatare che tra gli oppositori del JCPOA non c’erano solo Netanyahu e Trump, ma anche i conservatori iraniani; Khamenei stesso diede un assenso condizionato e pieno di dubbi all’accordo. Il ministro degli esteri di Ruhani, Javad Zarif, fu accusato dai Pasdaran di aprire, col JCPOA, la strada alla penetrazione dell’ISIS in Iran. Il fallimento dell’accordo fu anche il fallimento della Presidenza Ruhani, che alle legislative del 2020 si trovò con un Parlamento dominato dagli ultra-conservatori. E il suo successore alla Presidenza, Raisi, vinse le elezioni del 2021 anche perché non c’era più qua rappresentare il fronte riformista, totalmente sfibrato dal fallimento di quella scommessa per cui blindare la strada per il nucleare militare avrebbe significato riaprire il Paese ai traffici internazionali e dare respiro agli iraniani, nonché mitigare diversi dei caratteri autoritari del regime – come si era impegnato a fare Ruhani nelle campagne elettorali del 2013 e del 2017. Insomma, le motivazioni dell’attacco paiono strumentali, e c’è anche un che di erratico nelle contraddittorie versioni date dall’amministrazione USA. Sicuramente, attaccando l’Iran, pur senza un piano preciso, Trump ha dato piena soddisfazione a un desiderio che Netanyahu aveva da tempo: indebolire quanto più possibile il principale competitor regionale, nonché principale sponsor della causa palestinese.”
In questo momento particolarmente delicato per l’Iran è tornata a emergere la figura di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, che si propone come possibile guida di una fase di transizione. Il suo progetto prevederebbe di rimettere al popolo iraniano, attraverso un’assemblea costituente, la scelta sull’assetto istituzionale del Paese. Quanto ritiene plausibile uno scenario di questo tipo?
“Poco probabile: al momento non ci sono le condizioni politiche interne, nel Paese, per arrivare alla fondazione di un nuovo sistema, senza che abbiano voce in capitolo tutte le componenti, per quanto problematiche, anche dell’attuale regime. E a certificare la marginalità del principe ereditario ci ha pensato anche Trump, dichiarando il 3 marzo: “Sembra una brava persona, ma ho l’impressione che qualcuno dall’interno possa forse essere più adatto”. Non proprio l’endorsement appropriato per un possibile traghettatore verso nuovi equilibri.”
È sempre difficile fare previsioni, ma dal punto di vista storico quali sono i fattori che potrebbero influenzare maggiormente l’evoluzione futura dell’Iran? In altre parole: quali dinamiche della sua storia potrebbero aiutarci a comprendere l’Iran di domani?
“Direi soprattutto due: la prima è l’attivismo del popolo iraniano, che ha condizionato tutte le più importanti cesure del suo ’900, e anche questi primi 25 anni del 2000. È l’attivismo della rivoluzione costituzionale, dei prodromi della rivoluzione tra ’77 e ’78, e delle proteste che, dal 2009 a Donna, Vita, Libertà, hanno sottolineato tragicamente la sclerotizzazione ideologica e la torsione autoritaria del regime. La seconda è il fiero rifiuto di ingerenze estere. Il processo di State-building della Persia, dall’800 ai Pahlavi, ha conosciuto pervasive forme di controllo da parte di potenze estere: della Gran Bretagna e della Russia zarista, arrivando agli Stati Uniti. La memoria storica iraniana ricorda il Primo Ministro Mohammad Mosaddegh, estromesso da un colpo di Stato perpetrato dallo Scià grazie alla CIA e all’MI-6 inglese nel 1953. Ma essa serba anche il ricordo di quella “guerra imposta” – così è chiamata – che dal 1981 al 1988 Saddam Hussein mosse al Paese, senza che si levasse una voce di condanna, ma anzi con il supporto in armi, munizioni e logistica all’Iraq da parte di tutte le grandi potenze. È impensabile che un’azione militare esterna possa rovesciare un regime il cui Presidente, Pezeshkian, è stato eletto, due anni fa, con 16 milioni di voti, contro i 13 del contendente Jalili. Un regime la cui economia, fortemente statalizzata, è saldamente in mano al cartello clerical-militare, che ne controlla i gangli. Manca, insomma, una variabile importante: un’opposizione organizzata e strutturata, che, a meno di voler contribuire a una guerra civile, abbia la possibilità e le capacità di sterilizzare politicamente i detentori del monopolio della forza armata.“




