L’allarme causato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz ha raggiunto il livello di guardia.
Il corridoio marittimo nel Golfo Persico, strategico per l’approvvigionamento energetico globale, si sta trasformando in un cappio al collo delle economie mondiali, che ora cercano affannosamente di trovare soluzioni che riducano l’impatto della decisione imposta dall’Iran, a seguito dell’attacco di Usa e Israele.
Proprio per questa ragione Regno Unito, Germania e Italia hanno avviato un coordinamento diretto per garantire la sicurezza della navigazione commerciale lungo quella rotta. Nella tarda serata di ieri il Premier britannico Keir Starmer ha avuto colloqui telefonici con gli omologhi Meloni e Merz. L’obiettivo comune è quello di collaborare a stretto contatto e di valutare una serie di opzioni per proteggere le navi nello Stretto. I tre governi hanno sottolineato l’importanza vitale della libertà di navigazione nelle acque del Golfo e concordato di lavorare nei prossimi giorni a possibili misure per sostenere il traffico commerciale.
I tre Paesi europei non sono gli unici che stanno vagliando possibili risposte alla crisi. L’Iraq sta cercando vie alternative per esportare il suo petrolio e gli Stati Uniti valutano diverse opzioni per garantire la sicurezza delle rotte marittime. A tal proposito, il Generale Dan Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti americani, ha spiegato al Pentagono che Washington sta esaminando la possibilità di scortare le navi commerciali attraverso lo Stretto. Qualora venisse richiesta una missione di questo tipo, il Pentagono analizzerà le risorse militari necessarie, il sistema di comando e controllo e i rischi operativi prima di presentare una proposta al segretario alla Difesa e al presidente.
Intanto, sul fronte italiano, oggi il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso forte preoccupazione per le possibili ripercussioni sulla sicurezza della navigazione e sulla stabilità dei mercati energetici. In una nota della Farnesina si sottolinea come il traffico nello Stretto registri forti limitazioni, con il passaggio di pochissime navi al giorno. Tajani ha inoltre convocato una nuova riunione con alcuni ambasciatori dei Paesi maggiormente coinvolti nella crisi per monitorare gli sviluppi.
Sul piano operativo, cresce l’allarme nel settore della logistica marittima. A evidenziarlo è Guido Grimaldi, presidente di ALIS (Associazione Logistica dell’Intermodalità Sostenibile), secondo cui nello stretto si trovano attualmente circa 30mila marittimi bloccati sulle navi, molti dei quali italiani, costretti a restare a bordo delle imbarcazioni, in condizioni sempre più difficili. Grimaldi ha aggiunto che, prima della crisi, attraverso Hormuz transitavano mediamente circa 125 navi al giorno: una chiusura prolungata potrebbe avere conseguenze pesanti non solo per la logistica internazionale ma anche per il sistema produttivo europeo, considerando che circa il 40% delle merci del Mediterraneo passa dai porti italiani.
A lanciare l’allarme più preoccupato però è la compagnia petrolifera statale saudita Aramco: il maggiore esportatore di greggio al mondo. Il suo amministratore delegato Amin Nasser ha avvertito che un blocco prolungato di Hormuz potrebbe avere “conseguenze catastrofiche” per i mercati energetici globali. Attraverso lo stretto passa infatti circa il 20% del petrolio mondiale e, secondo Aramco, più a lungo dureranno le interruzioni del traffico marittimo, più drastiche saranno le ripercussioni sull’economia internazionale.
Come questa situazione di stallo possa evolvere nei prossimi giorni è difficile prevederlo. Ma l’avvertimento lanciato da Ali Larijani, capo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, suona come un messaggio diretto alla comunità internazionale: lo Stretto di Hormuz potrà essere “di pace e prosperità per tutti, oppure uno stretto di sconfitta e sofferenza per i guerrafondai”.
In quelle acque, tra queste due prospettive, si sta giocando una delle partite più delicate per l’equilibrio energetico e commerciale del pianeta.
