Quando oggi si parla di una possibile “grande NATO”, molti la interpretano come una novità legata alle tensioni recenti in Medio Oriente o all’ascesa della Cina. In realtà il processo è iniziato più di dieci anni fa. Il vero punto di svolta è il 2014, dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia. Da quel momento l’Alleanza atlantica ha riscritto la propria dottrina strategica in chiave di contenimento di Mosca.
Al Vertice NATO di Newport del 2014 gli alleati decisero una svolta militare concreta. Fu introdotto l’obiettivo di portare la spesa per la difesa al 2% del PIL, venne creata la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), una forza di reazione rapida di circa 20.000 uomini, e furono avviati nuovi dispositivi militari permanenti nell’Europa orientale.
Negli anni successivi l’architettura si è rafforzata. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, la NATO ha portato le forze ad alta prontezza a oltre 300.000 soldati, ha dispiegato otto battlegroup multinazionali dal Baltico al Mar Nero e ha aumentato significativamente le esercitazioni militari lungo il fianco orientale.
Parallelamente è cresciuta la dimensione globale dell’Alleanza. Oggi la NATO conta 32 Paesi membri, con una spesa militare complessiva che nel 2025 ha superato i 1.300 miliardi di dollari, oltre la metà dell’intera spesa militare mondiale. Gli Stati Uniti restano il pilastro con circa 860 miliardi di dollari, ma l’Europa ha aumentato progressivamente i propri bilanci militari: nel 2024 oltre 23 Paesi alleati hanno raggiunto o superato la soglia del 2% del PIL.
La nuova dottrina non riguarda solo l’Europa orientale. La NATO ha ampliato la cooperazione con Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, partner dell’Indo-Pacifico che partecipano ormai regolarmente ai vertici dell’Alleanza. Allo stesso tempo cresce l’attenzione verso le rotte energetiche globali, dal Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, pari a 20 milioni di barili al giorno.
È qui che si inserisce il concetto di “grande NATO”: un sistema di sicurezza occidentale che non si limita più alla difesa territoriale dell’Europa ma interviene sulla stabilità delle infrastrutture energetiche, delle rotte marittime e delle catene di approvvigionamento globali.
Il paradosso riguarda soprattutto l’Europa. L’Unione importa oltre il 96% del petrolio che consuma e circa l’80% del gas, ma continua a dipendere dalla protezione militare americana. Così la strategia dell’Alleanza resta inevitabilmente guidata da Washington.
Dal 2014 la NATO è quindi entrata in una nuova fase storica. La guerra in Ucraina ha accelerato il processo, ma la trasformazione era già scritta nella dottrina strategica adottata dopo la Crimea. Da alleanza difensiva regionale si sta progressivamente trasformando in una piattaforma globale di sicurezza occidentale. E questo cambia profondamente anche il ruolo dell’Europa nei conflitti che potrebbero emergere nei prossimi anni.



