Moda e inquinamento: tra greenwashing e consumo consapevole

mercoledì, 18 Marzo 2026
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«La moda per essere davvero ecologica, dovrebbe smettere di produrre». Le parole di Miuccia Prada, pronunciate al termine della sua ultima sfilata, suonano come una provocazione ma anche come una presa di coscienza lucida su uno dei settori più impattanti al mondo. L’industria della moda, infatti, è oggi al centro di un dibattito sempre più acceso: quanto è davvero sostenibile ciò che indossiamo?

Negli ultimi anni, il proliferare di collezioni “green” e campagne pubblicitarie attente all’ambiente ha contribuito a creare una narrazione spesso fuorviante. È qui che entra in gioco il concetto di greenwashing: strategie di marketing che presentano come sostenibili prodotti che, in realtà, lo sono solo in parte.

A smontare questa narrazione, soprattutto tra i più giovani, è Mattia Berveglieri, imprenditore modenese diventato popolare sui social grazie a un format tanto semplice quanto efficace: entra nei negozi, analizza le etichette dei capi e ne valuta la qualità. Un lavoro di divulgazione nato quasi per caso, durante un trasloco, quando si è trovato davanti a una quantità enorme di materiali tessili destinati alla discarica.

«Mi sono chiesto quanta roba stessi immettendo nell’ambiente senza rendermene conto», racconta. Una riflessione che si è poi ampliata anche alla sfera personale: svuotando il proprio armadio, si è trovato con scatoloni pieni di vestiti, molti mai indossati. Un’esperienza comune, che racconta bene il paradosso del fast fashion: comprare sempre di più, usare sempre meno.

Secondo Berveglieri, uno degli errori principali dei consumatori è la totale mancanza di attenzione verso le etichette. La composizione dei tessuti, infatti, è fondamentale per capire l’impatto di un capo. «Una t-shirt 50% cotone e 50% poliestere? Meglio lasciarla lì», spiega. Il problema non è solo ambientale, ma anche etico: dietro prezzi estremamente bassi si nascondono spesso condizioni di lavoro difficili, soprattutto in Paesi come Bangladesh o Turchia.

Il punto, però, non è demonizzare completamente i materiali sintetici. In alcuni casi, piccole percentuali di fibre come elastan o poliammide sono necessarie per garantire resistenza e comfort. Anche la viscosa, pur essendo trattata chimicamente, può rappresentare un compromesso accettabile. Il vero nodo resta la quantità: produciamo e consumiamo troppo. L’idea di una moda sostenibile non può limitarsi alla scelta dei materiali, ma deve passare da una riduzione radicale della produzione e dei consumi. Comprare meno e utilizzare più a lungo ciò che si possiede.

In questo scenario, il mercato del second hand e del vintage emerge come una valida alternativa. Non solo per ridurre l’impatto ambientale, ma anche per riscoprire una qualità spesso superiore rispetto a molti prodotti attuali. Il messaggio finale è chiaro: la sostenibilità nella moda non è solo responsabilità dei brand, ma anche dei consumatori. E forse, come suggerisce provocatoriamente Prada, il vero cambiamento inizierà solo quando saremo pronti a rinunciare all’idea di una moda sempre nuova, veloce e usa-e-getta.

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