Dopo Bossi, il diluvio. Salvini ha finito gli assi nella manica

lunedì, 23 Marzo 2026
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Fazzoletti verdi, bandiere con il Sole delle Alpi, striscioni con gli slogan delle origini e cori come “Padania libera” e “Roma ladrona, il Nord non perdona”.

C’erano tutti gli elementi della liturgia della Lega delle origini ieri a Pontida, per l’ultimo saluto a Umberto Bossi.

Il commiato al “Senatùr”, che ha richiamato centinaia di militanti, si è inevitabilmente trasformato in un confronto tra il passato (Lega Lombarda, poi Lega Nord) e il presente (Lega per Salvini Premier) e in un processo a Matteo Salvini.

Un processo che ha assunto forme sommarie quando il leader della Lega è arrivato a Pontida, indossando una camicia verde. Alcuni militanti del Partito popolare per il Nord, promosso da Roberto Castelli, hanno urlato “vergogna” e “molla la camicia verde”. Altri, quando Salvini ha dato un bacio sulla testa alla moglie del Senatùr, Manuela Marrone, hanno commentato la scena definendola “bacio di Giuda”.

Scene che rappresentano soltanto la punta dell’iceberg di una tensione strisciante da anni nel popolo del Nord, che si raggruma in un concetto preciso: la questione settentrionale.

La dipartita di Bossi, infatti, ha riaperto una ferita mai rimarginata, perché sono in tanti a considerare la nuova creatura del leader della Lega come un tradimento delle origini: di quel movimento che si riconosceva nella Padania, nel federalismo, nell’autonomia e nel Nord produttivo, contrapposto al centralismo romano.

Il cambio di denominazione in Lega per Salvini Premier era avvenuto il 21 dicembre 2019, segnando il passaggio definitivo dalla linea nordista-secessionista a quella nazionalista-sovranista.

Un avvicendamento avvenuto a pochi mesi di distanza da quelle elezioni europee che avevano fatto segnare un risultato epocale per la Lega: il 34,26% dei voti. Il Nord era tutto tappezzato di verde, al Centro il partito cresceva in modo esponenziale e anche dal Sud arrivavano risultati lusinghieri.

Sembrava l’inizio di una nuova, inarrestabile fase che vedeva in Salvini il leader incontrastato del centrodestra e nel suo partito il punto di riferimento dell’elettorato conservatore. Invece, da quel momento in avanti, sarebbe cambiato tutto.

La Lega avrebbe cominciato ad arretrare, perdendo voti e consenso in favore di Giorgia Meloni e di FdI. Un’emorragia costante che ha spinto Salvini prima ad arruolare nel suo partito il generale Roberto Vannacci per le europee del 2024, per poi nominarlo vicesegretario della Lega.

Una scelta, quest’ultima, che non è andata giù né al tradizionale popolo della Lega né ai maggiorenti del partito che ora, dopo la decisione di Vannacci di abbandonare la Lega per creare un suo soggetto politico, sono pronti a presentare il conto al loro capo.

Salvini oggi appare sempre più un leader messo alle strette, chiuso tra la vulnerabile creatura che ha voluto imporre e un ritorno alle origini di cui non può essere il condottiero. Anche per chi, come lui, si è dimostrato un politico capace più volte di cambiare pelle, pensare di rimettersi alla guida del Nord, sguainando la spada di Alberto da Giussano, appare come un’operazione troppo spericolata.

La scomparsa di Bossi mette così in risalto tutte le incongruenze che si sono stratificate nella Lega e sembra avvicinare il momento della resa dei conti. Sono in molti ad attendere Salvini al varco, ad aspettare un errore, un ennesimo tracollo elettorale.

La sua capacità di ritagliarsi uno spazio di autonomia si basa sull’uso costante dei distinguo rispetto agli alleati. Una strategia che crea frizioni (nel centrodestra, la decisione di annullare gli appuntamenti del venerdì pre-referendum è stata letta da molti come uno sgarbo verso FdI e FI), ma che in passato gli ha consentito di mantenere visibilità politica. Senza un’adeguata strategia complessiva, però, rischia di trasformarsi in un fattore di isolamento.

Alla morte del Senatùr, Salvini sui social aveva scritto che le ragioni che avevano portato alla nascita e all’esplosione della Lega si esprimevano “in quattro parole: padroni a casa nostra”.

Oggi, più che una parola d’ordine identitaria, per il Carroccio quella formula sembra diventare una questione interna: la ricerca di una nuova definizione di sé.

 

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