La tentazione, con David Riondino, sarebbe quella di racchiuderlo in una definizione: attore, cantautore, autore teatrale. Il punto è che non ci è mai stato dentro. Riondino è stato, per tutta la sua carriera, un artista refrattario alle etichette — non per posa, ma per natura.
Nel 1979 pubblica il suo primo album, David Riondino, per l’etichetta Ultima Spiaggia, dopo aver aperto circa trenta tournée di Fabrizio De André — un’esperienza che lo segna profondamente. Sono gli anni in cui la canzone italiana attraversa stagioni molto diverse, dalla ricerca d’autore alle derive più popolari: basti pensare a fenomeni come Maracaibo, che diventerà un cult trasversale e duraturo. Riondino sceglie una traiettoria tutta sua, in cui la musica resta sempre intrecciata alla parola e al racconto.
In scena — ma anche in radio, in televisione, nei libri — portava una qualità oggi poco frequentata: la padronanza della parola. Non solo scritta, ma detta, improvvisata, modulata sul ritmo del pubblico. Riondino lavorava su metrica, racconto, tradizione orale con una naturalezza che nascondeva studio e rigore. Il risultato era un equilibrio difficile: colto senza essere accademico, leggero senza essere superficiale.
L’ironia era il suo vero dispositivo critico: mai aggressiva, mai compiaciuta, capace di restare laterale anche quando il contesto — come nelle esperienze con Sabina Guzzanti o accanto a Paolo Rossi — spingeva verso una satira più frontale. Riondino non alzava la voce: spostava lo sguardo. E spesso bastava questo.
Con Paolo Rossi, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, è stato protagonista di un sodalizio artistico significativo, che ha attraversato teatro e cinema: dal film Kamikazen (1987) agli spettacoli Chiamatemi Kowalski (1990) e La commedia da due lire.
Un altro tratto distintivo è stato il lavoro condiviso. Dal 1997 ha avviato un lungo sodalizio con Dario Vergassola, portando in scena lavori come I Cavalieri del Tornio e Todos Caballeros. La sua traiettoria è fatta di incontri più che di affermazioni solitarie: non costruiva solo spettacoli, ma contesti.
Dentro questa logica si comprendono anche iniziative come il festival Il giardino della poesia, ideato a San Mauro Pascoli, e i cicli di “letture illustrate” dedicati a D’Annunzio, Scotellaro, Ovidio e Kazantzakis. La tradizione, per lui, non era repertorio da conservare, ma materia viva da riattivare. Da qui nascono anche spettacoli come Racconti picareschi, Fermata provvisoria, Bocca baciata non perde ventura e Il Bolero come terapia.
Il suo percorso ha attraversato anche il cinema — con interpretazioni in Maledetti vi amerò, La notte di San Lorenzo, Kamikazen, Cavalli si nasce — e la regia, con Cuba Libre, velocipedi ai Tropici (1997).
In televisione ha lavorato tra Rai e Mediaset, ma il piccolo schermo è stato per lui più un campo di gioco che una vera casa. Al Maurizio Costanzo Show le sue improvvisazioni di canzoni e storie — compresa la memorabile invenzione del cantautore brasiliano Joao Mesquinho — diventarono appuntamenti cult. C’era qualcosa di ipnotico nel vederlo sedere con la chitarra, ricevere un tema dal pubblico e costruire una canzone in tempo reale, con rima e senso compiuto, come se il linguaggio gli ubbidisse per contratto. Partecipò anche a Quelli che il calcio e a Bulldozer, attraversando i formati più popolari senza mai appartenergli del tutto.
E la censura l’ha vista da vicino: faceva parte della squadra di «Raiot» (2003), il programma di Sabina Guzzanti cancellato dopo la prima puntata. In quell’occasione osservò come, più che i divieti espliciti, fossero spesso i meccanismi interni a produrre forme di autocensura: un sistema in cui, talvolta, “il lavoro sporco lo fanno gli altri”.
Accanto all’attività scenica e televisiva, Riondino ha coltivato una produzione letteraria: da Rombi e milonghe a Sgurz, fino a Il trombettiere (2016), illustrato da Milo Manara, e Sussidiario (2019).
C’era in lui qualcosa di profondamente legato a Firenze — il gusto per il paradosso, la precisione linguistica, una certa eleganza ironica — senza mai chiudersi in un’identità locale. Il suo immaginario si muoveva libero.
Riondino lascia soprattutto un modo di stare nell’arte: non occupare uno spazio, ma attraversarlo. Non scegliere un linguaggio, ma metterli in relazione.
I funerali saranno celebrati martedì 31 marzo, alle 11, nella chiesa degli Artisti di piazza del Popolo a Roma.



